Dalla Val Fabiòlo alla Val Tartano

Mercoledì 2 ottobre siamo riusciti a fare una passeggiata in montagna in compagnia di amici. Nonostante la copiosa pioggia notturna, al mattino siamo partiti con un po’ di tempo nuvoloso ma con buone previsioni per il pomeriggio.

Il programma della passeggiata ci doveva portare in una valle già poco soleggiata e ricca di vegetazione, dove abbiamo fatto colorati e inconsueti incontri con decine di salamandre, lungo la mulattiera che segue a spirale la stretta e ombrosa valle Fabiòlo.

Questa Valle ha inizio a Sirta, non si può dire si apre, perchè pare si nasconda dietro al piccolo paese. E risalendo fino a 1000 metri, ci porta a Campo, in Val Tartano. Giunti là dove il turismo è arrivato in seguito alla costruzione della “passerella nel cielo”, ci fermeremo a mangiare un buon piatto tipico. Scenderemo poi seguendo un altro percorso storico: il sentiero del Dos de la Crus. Sia la Val Fabiòlo che il sentiero del Dos sono le strade che gli abitanti di questi monti percorrevano a piedi, da soli o con le bestie, carichi di gerle o zaini per poter vivere e sfamare le proprie famiglie, questo fino alla costruzione della strada carrozzabile nel 1957. I bambini e i ragazzi anche le percorrevano tutti i giorni per recarsi a scuola o andare a messa, verso Sostila o la Sirta. E durante l’estate le ragazzine andavano per i sentieri a tagliare erba per le capre o raccogliere i fiori per le Madonne dei vari gisööi. E proprio i gisööi, le cappellette con dipinti soggetti religiosi, attirano l’attenzione ancora oggi: così visibili, posti in punti strategici del percorso per poter dare consolazione con una sosta di riposo e preghiera.

La Valle Fabiòlo, ho scoperto, è nota anche come “Valle degli spiriti” per le numerose leggende legate a questo luogo. Mentre raggiungiamo il primo ponte dove c’è la cappella d’inem la val, l’amica mi racconta infatti di spiriti che l’attraversavano con candele in mano, spaventando il povero viandante costretto a seguirli fino al cimitero di Sostila… e molte altre sono le storie, ora scritte sul libricino: “Su per la Valle alla ricerca di antiche leggende” (Liberale Libera e Franco Mottalini, 2013).

Alla località dei Bures, dove troviamo una cappelletta e alcune case, c’è la deviazione per Sostila che noi non faremo per proseguire verso Somvalle e Campo. Quindi raggiungiamo l’ultimo maggengo della valle, la Sponda, a 900 metri, qui ci sono anche le mucche al pascolo che si fanno sentire con le loro zampogne. Ecco ancora una bella cappelletta e alcune case dove si racconta si tenessero danze macabre e dove  si transitava pericolosamente anche col buio per raggiungere e conquistare l’amore. E infine la cappelletta del zapèl de uàl, oltre la quale si apre la piana luminosa di Somvalle, Cà e Campo.

E nel pomeriggio la veloce discesa dal Dos de la Crus, con il sole, le castagne e il panorama sulla bassa Valtellina.

Un video di due minuti per far rivivere la passeggiata sulle due mulattiere, una abitata da salamandre e la seconda con le castagne che cadevano sonore sull’acciottolato.

 

Scritto, documentato e pubblicato da

Maria Valenti/Alicemate  ^_^

(per vedere la Val Fabiòlo ferita dalle frane dell’alluvione del 1987, QUI)

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La figlia del Capitano

Ho letto questa storia, l’ho letta dopo il mio breve viaggio nelle “due capitali” russe dove, nella storica libreria di San Pietroburgo, ho acquistato questo romanzo di Aleksandr Sergeevič Puškin: La figlia del Capitano, per un regalino. Io, incuriosita, l’ho poi letto in una edizione della De Agostini del 1983 che avevo in casa: La figlia del capitano e altri racconti.

Trovare questo romanzo in italiano in questa bella libreria di San Pietroburgo è stato il “collegamento”, la motivazione che ha stimolato la lettura, oltre a scoprire dalle innumerevoli piazze, vie, statue dedicate a questo poeta, quanto Puškin sia ancora amato e onorato.

cosacco Pugačëv

Aleksandr Puskin

Questo breve romanzo storico pubblicato nel 1836 mi ha mostrato una realtà lontana ma di cui avevo già sentito narrare in canti e fiabe popolari: guerre civili russe condotte da coraggiosi ribelli contro armati eserciti imperiali, rivolte combattute per la libertà, la vita e la terra. Nobiltà e ricchezze calcolate sul numero di uomini posseduti, una terra di servi fedeli a padroni assoluti che avevano in alto onore i valori del  loro rango e la fedeltà verso il loro sovrano. Insomma una gerarchia molto rigida e difficile da modificare.

Ecco nel romanzo citare i tartari, apparire i cosacchi, i baschiri, i kirghisi, popoli nomadi e coraggiosi a cavallo nelle steppe e sotto le loro tende, ecco le guarnigioni imperiali a difesa di fortini sperduti ai confini della grande Russia. Tutto nel romanzo ci viene presentato come un’avventura rocambolesca, dove i sentimenti e le passioni sono forti, ma sono anche veri, sono relamente esistiti i personaggi principali, ci sono le città, i giardini, le bufere, la storia, ambientata alla fine del Settecento al tempo di Caterina II, è storia vera.

Ecco la zarina Caterina II nel Castello di Puskin di cui ho scritto nel precedente articolo, lei ci appare proprio lì, in quel luogo dorato, e proprio lì si conclude il romanzo, dove Mar’ja, la protagonista femminile giunge a cercare la grazia per il suo giovane tenente Pëtr condannato per  alto tradimento, in seguito all’accusa di aver complottato con il capo della rivolta Pugačëv.

Trovate in pdf le ultime 4 pagine del romanzo dove potete leggere la parte ambientata nel Palazzo di Caterina:

ultime 4 pagine La figlia del capitano

Alcune belle immagini dalla miniserie televisiva del 2012 tratta da La figlia del Capitano di Puškin:

Se volete vederlo lo trovate in due episodi su Rai Play

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Scritto e pubblicato da

Maria Valenti/Alicemate

 

Un biglietto creativo e personalissimo

“MAESTRI DI NOME E O DI FATTO”

Fra i miei regali preferiti di compleanno ci sono i biglietti di auguri, personalissimi! Poi il silenzio, il riposo, le attenzioni, le dolcezze, e tutte le sorprese poco impegnative 😉

Ecco il biglietto personalissimo che ho ricevuto oggi: tridimensionale, analogico, matematico, laboratoriale, manuale e informato, storico, pedagogico, filosofico…

che dire “ingegneristico?!

Dunque proviamo ad aprirlo?

Partendo dal centro si aprono gli anelli concentrici, di diverso colore e dimensione, ma stessa forma e superficie, e in ognuno si legge una data che mostra il periodo di vita di importanti personaggi, di chi?

 

Comincio dal primo biglietto in centro e li leggo uno ad uno mascherando una buona dose di commozione:

(cliccate sull'immagine per ingrandire e leggere)

Ecco i rettangoli/biglietti a formare una piramide “collegata” anche dallo stelo disegnato:

E sul pc un file con le foto del laboratorio fatto, come sa apprezzare una vecchia maestra che ama documentare e condividere:

biglietto 20.02.19

Un caro abbraccio alla creatrice e ai collaboratori

dalla mamma/maestra Maria – Alicemate

Racconto del mercante (di Dostoevskij)

Dal romanzo L’adolescente” di Fëdor Dostoevskij (da pag. 384)

   (non adatto ai minori o a persone particolarmente sensibili)

. Si avvicinava infine spesso alla porta in quelle serate, venendo fuori dalla sua cucina, la cuoca Luker’ja, rimaneva ritta dietro la porta ad ascoltare Makàr Ivànoviè che raccontava. Versilov una volta la chiamò e la invitò a sedersi con noi. Questo mi piacque; ma da quella volta ella smise di avvicinarsi alla porta. Ognuno la pensa a modo suo!

Riporto qui uno di questi racconti a caso, unicamente perché è quello che ricordo meglio. È la storia di un mercante...

Il racconto del mercante (sintesi)

«Da noi, nella città di Afìm’evo, sentite che miracolo è avvenuto. C’era un mercante, si chiamava Skotobòjnikov, Maksìm Ivànoviè, ed era l’uomo più ricco di tutto il circondario. Aveva costruito una fabbrica di tessuti di cotone che dava da vivere ad alcune centinaia di operai e si era enormemente insuperbito. E bisogna dire che ormai egli faceva il bello e il cattivo tempo, le autorità stesse non lo ostacolavano in nulla e l’archimandrita gli era riconoscente per il suo zelo: donava grandi somme al monastero e, quando gli veniva l’estro, sospirava molto per la propria anima e si preoccupava parecchio per la vita futura. Era vedovo e senza figli… Aveva anche un debole per il bere e, quando si ubriacava…«”Lo so io”, diceva, ” La gente di qui è dissoluta; senza di me qui morirebbero tutti di fame, tutti quanti sono. Bisogna inoltre dire che la gente di qui è ladra: qualunque cosa vede, arraffa, non ha alcuna onestà.«Così parlava Maksìm Ivànoviè della gente di Afìm’evo; sebbene egli parlasse male, tuttavia c’era una parte di verità: erano sfaticati e indolenti.

«Viveva in quella stessa città anche un altro mercante, il quale morì; era un uomo giovane e scriteriato, fece fallimento e perse tutto il capitale. Egli maledisse Maksìm Ivànoviè fin sul letto di morte. Lasciò una vedova ancora giovane e cinque figli, che non aveva di che nutrire: l’ultima piccola proprietà, una casa di legno, se la voleva prendere Maksìm Ivànoviè in conto del suo credito. Allora lei mise i i figli tutti in fila, l’uno accanto all’altro, sul sagrato della chiesa; il ragazzo più grande aveva appena otto anni e le altre erano tutte bambine, una più piccola dell’altra, tra le quali correva un anno di differenza; la maggiore aveva quattro anni e la più piccola la portava ancora in braccio e la allattava. Finita la messa Maksìm Ivànoviè uscì e tutti i bambinelli si misero in ginocchio in fila davanti a lui, come lei aveva loro insegnato, e congiunsero tutti quanti le manine, mentre lei col quinto bambino in braccio, davanti a tutti, gli si inchinò fino a terra: “Bàtjuška, Maksìm Ivànoviè, abbi pietà di questi orfani, non portar loro via l’ultimo boccone, non cacciarli dal nido natio!”. E tutti quelli che erano lì si misero a piangere, tanto bene ella li aveva ammaestrati. Pensava: “Davanti alla gente egli si vergognerà e ci risparmierà, renderà la casa agli orfani”; le cose, tuttavia, non andarono così. Maksìm Ivànoviè si fermò e le disse: “Tu, giovane vedova, vuoi un marito e non piangi per gli orfanelli. Il defunto mi ha maledetto sul letto di morte”, e andò oltre e la casa non gliela rese. “Perché imitare le loro sciocchezze (ossia, esser con loro indulgente)? Se facessi loro del bene si metterebbero a biasimarti ancora di più…

«Si mise a gemere la madre, ma lui cacciò gli orfani dalla casa… Dapprima l’aiutarono, poi andò a cercar lavoro. Soltanto che da noi, a parte la fabbrica, quale lavoro volete mai che ci sia; da una parte lavava i pavimenti, da un’altra sarchiava l’orto, dall’altra riscaldava il bagno e sempre col bambino in braccio e piangendo, mentre gli altri quattro in camiciola correvano per la strada lì accanto. La vedova pensa: “Dove vi riparerò quando verrà l’inverno… Solo che non attese fino all’inverno. Dalle nostre parti c’è una tosse, la tosse asinina, che passa da un bambino all’altro. Dapprima morì la bambina in fasce, dopo di lei si ammalarono anche gli altri e in quello stesso autunno si portò via una dopo l’altra tutte e quattro le bambine.

«Le rimase in vita soltanto il ragazzo, il maggiore, Era gracile e delicato. Lo portò alla fabbrica, mentre lei si impiegò come balia in casa di un impiegato.Solo che una volta il ragazzo stava correndo nel cortile, quando a un tratto arrivò su una pariglia Maksìm Ivànoviè come a farlo apposta ubriaco; e il ragazzo, sbadatamente, scivolò correndo giù per le scale e andò a sbattere proprio contro di lui mentre scendeva dal calesse. Egli lo afferrò per i capelli e si mise a urlare: “Di chi è figlio? Le verghe! Frustatelo, dice, immediatamente, davanti a me. Frustatelo finché non smetterà di gridare!”. Non smise di gridare finché non rimase tramortito del tutto. Allora smisero di frustarlo e si spaventarono: il ragazzo non respirava e giaceva privo di sensi. Si spaventò anche Maksìm Ivànoviè: “Di chi è figlio?”, domandò; glielo dissero. “Guarda un po’! Riportatelo alla madre; cosa ci faceva qui in giro per la fabbrica?” Col ragazzo le cose si erano messe male: si era ammalato, giaceva in un angolo nella camera della madre; lei a causa di ciò aveva dovuto lasciare il suo lavoro in casa dell’impiegato ed era risultato che aveva una polmonite. Lui si aspettava che la madre presentasse denuncia e, per orgoglio, taceva; solo che la madre non osò sporgere denuncia. Egli allora le mandò quindici rubli e un medico; e non perché avesse paura di qualcosa, ma così, perché aveva riflettuto.

«Passò l’inverno e Maksìm Ivànoviè di nuovo domanda: “Che ne è di quel ragazzo?” “È guarito, sta con la madre; lei va sempre a lavorare a giornata”. Quel giorno stesso Maksìm Ivànoviè si recò dalla vedova: “Ecco”, le dice, “onesta vedova, voglio essere un vero benefattore per tuo figlio e colmarlo di favori: da ora in poi lo prendo in casa mia. E se egli mi compiacerà un po’, gli lascerò per testamento un capitale sufficiente; se invece mi compiacerà in tutto lo posso nominare erede di tutto il mio patrimonio alla mia morte, come se fosse mio figlio carnale, a patto però che vostra grazia non favorisca in casa mia, tranne che nelle grandi feste. «Maksìm Ivànoviè lo rivestì come un signorino, assoldò un maestro e da quel momento stesso lo mise davanti a un libro; e la cosa arrivò al punto che non lo perdeva mai di vista e lo teneva sempre accanto a sé. Se appena il ragazzo si distraeva egli subito gli gridava: “Prendi il libro! Studia: voglio fare di te un uomo”. Ma il ragazzo era malaticcio, da quella volta che era stato battuto aveva cominciato a tossire. “Non sta forse bene con me?”, si meravigliava Maksìm Ivànoviè, “quando stava da sua madre andava in giro scalzo, mangiava croste di pane, come mai è più magro di prima?”. Ma il maestro gli dice: “Ogni ragazzo ha bisogno di giocare un po’, non di studiare sempre; deve fare del movimento”, e gli dimostrò tutto assennatamente. Maksìm Ivànoviè si sedette e gridò al ragazzo. “Gioca”, mentre quello davanti a lui a stento respirava. E si arrivò al punto che il bambino non riusciva a sostenere nemmeno la sua voce che subito si metteva a tremare. E Maksìm Ivànoviè si stupiva sempre di più: “Ma che razza di bambino è mai; io l’ho tirato fuori dal fango e l’ho vestito di drap de dame; va in giro in stivaletti di panno e camicia ricamata, lo tengo come il figlio di un generale, perché mai non mi porta affetto? Perché se ne sta zitto come un lupacchiotto?” Maksìm Ivànoviè si era affezionato a quel bambinetto tanto che non riusciva più a staccarsene. Egli non usò mai neppure una volta la verga. Lo aveva spaventato, ecco come stanno le cose. Senza bisogno della verga lo aveva spaventato.

«Un giorno accadde un guaio. Una volta, appena Maksìm Ivànoviè uscì, il ragazzo abbandonò subito il libro e montò sopra una sedia (in precedenza aveva gettato una palla sopra un mobile) per riprenderla, ma la manica gli si impigliò nella lampada di porcellana che era posata sul mobile e questa cadde sul pavimento andando in mille pezzi, tanto che il rumore rimbombò per tutta la casa, si trattava di una cosa preziosa, una porcellana di Sassonia. Maksìm Ivànoviè, che era due camere più lontano udì e si mise a urlare. Il bambino si precipitò fuori a capofitto correndo perla paura, senza nemmeno lui sapere dove, uscì fuori sulla terrazza, attraversò il giardino e attraverso il cancelletto posteriore finì diritto sul lungofiume.

“Ah! – Maksìm Ivànoviè – Ecco dove sei! Prendetelo!” (Era così infuriato che era uscito lui stesso fuori di casa senza berretto per inseguirlo). Il ragazzo lanciò un grido, si lanciò verso l’acqua, si strinse entrambe le mani chiuse a pugno contro il petto, alzò gli occhi al cielo e giù nel fiume! La gente si mise a urlare, si lanciarono giù dalla zattera cercando di afferrarlo, ma la corrente era veloce e l’acqua lo trascinò via. Quando lo tirarono fuori era già affogato, era morto. «”Perché, sei rimasto così atterrito da questo bambino, della cui morte non hai neppure particolarmente colpa?”. «”Mi appare in sogno”, rispose Maksìm Ivànoviè. Maksìm Ivànoviè mandò anche a chiamare il maestro.«”Dipingimi un quadro, il più grande che ci sia, che occupi tutta la parete, e su di esso per prima cosa dipingi il fiume, la discesa e la zattera, e che ci siano tutte le persone che c’erano quel giorno. Che ci siano la moglie del colonnello e la bambina e quel famoso riccetto. E dipingimi anche l’altra riva tutta quanta, che si veda com’è: la chiesa, la piazza, le botteghe, e il punto dove son fermi i vetturini, dipingi tutto com’è. E lì, all’approdo del traghetto, dipingi il ragazzo, proprio sulla riva del fiume, in quel punto preciso, e che immancabilmente si stringa i due piccoli pugni così al petto.Non apriremo il cielo e non occorre dipingere gli angeli, ma farò scendere dal cielo un raggio, come in segno di benvenuto; un unico raggio di luce: sarà pressappoco la stessa cosa”. Maksìm Ivànoviè fu soddisfatto del lavoro ben fatto , ma non fece vedere il quadro a nessuno, bensì lo chiuse a chiave nel suo studio, lontano dagli occhi di tutti.Improvvisamente Maksìm Ivànoviè andò da quella stessa vedova e si inchinò davanti a lei fino a terra. “Madre, gemette, onesta vedova, sposa questo mostro, fa’ che io viva!”. Quella lo guardava più morta che viva. “Voglio che ci nasca un altro ragazzo e se ci nascerà vorrà dire che il ragazzo ci avrà perdonato entrambi, te e me. Mi ha ordinato così il ragazzo”l’archimandrita le sussurrò all’orecchio: “Tu puoi far nascere in lui un uomo nuovo”. Lei era atterrita. La gente si meravigliava di lei: “Come si fa a rifiutare una simile fortuna!”. Ecco come, alla fine, lui riuscì a piegarla. “Se invece mi sposerai ti faccio una solenne promessa: costruirò una nuova chiesa solo in eterna memoria dell’anima di tuo figlio suicida”. Di fronte a ciò ella non resistette e acconsentì. Così si sposarono.

E con grandissima meraviglia di tutti essi, fin dal primo giorno, presero a vivere in grande e sincera concordia. Ella concepì quello stesso inverno. Egli fece erigere la chiesa che aveva promesso e fece costruire in città un ospedale e un ospizio. Donò una grossa somma alle vedove e agli orfani e si ricordò di tutti coloro che aveva trattato ingiustamente con il proposito di risarcirli. I suoi discorsi si fecero pacati e persino la sua stessa voce mutò. Divenne ineguagliabilmente pietoso, persino verso gli animali.E quando maturò il tempo di lei, il Signore, infine, ascoltò le loro preghiere e mandò loro un figlio e Maksìm Ivànoviè distribuì molte elemosine, condonò molti debiti, invitò tutti al battesimo.

Invitò tutta la città, ma l’indomani egli si risvegliò scuro come la notte.”Aspetta – dice alla moglie – non era mai venuto per un anno intero e questa notte, invece, l’ho sognato di nuovo”. – “A queste parole terribili”, ricordava lei in seguito, “il mio cuore fu pervaso di terrore”.

«E non per niente il ragazzo gli era apparso in sogno. Appena Maksìm Ivànoviè parlò di questo, quasi, si può dire, in quello stesso istante, al neonato accadde qualcosa: improvvisamente si ammalò. La sua malattia durò otto giorni, pregarono, chiamarono i dottori, ma il bambino verso sera morì.

«Che accadde dopo questo? Maksìm Ivànoviè intestò tutta la proprietà alla cara sposa, le consegnò tutti i capitali e i documenti, fece ogni cosa per bene e come prescrive la legge, e poi si presentò davanti a lei e le si inchinò fino a terra: “Lasciami andare, inestimabile consorte mia, a salvare la mia anima, finché è possibile. Se trascorrerò il mio tempo senza profitto per la mia anima, non tornerò più indietro. Sono stato duro e crudele e ho imposto molti pesi, ma penso che per i dolori e i pellegrinaggi che mi aspettano il Signore non mi lascerà senza remunerazione. Si dice che ancor oggi compia i suoi pellegrinaggi e faccia penitenza, e che visiti la cara sposa ogni anno…».

Testo tratto dal romanzo L’adolescente” di Fëdor Dostoevskij e sintetizzato da Maria Valenti

Disegni di Maria Valenti

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Riflessioni personali:

Ciascuno di noi ha diritto al rispetto verso i sentimenti e i valori che possiede, ma ci vuole empatia e onestà per vederli.

Io ho colto questo, sia dall’episodio di Luker’ja che dalle vicissitudini dei personaggi del racconto.

E c’è molto altro.

Si può uccidere sia con l’indifferenza che con un amore possessivo ed esclusivo.

La beneficenza non è altruismo.

La paura può uccidere come una malattia.

Il denaro e la sapienza sono potenti, ma i buoni sentimenti sono rivoluzionari.

Quanta saggezza si può trovare in questo racconto popolare scritto da Dostoevskij nel suo romanzo “L’adolescente”

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Articolo di

Maria Valenti/Alicemate  ^_^

 

Per leggere tutto il racconto:
il racconto del mercante integrale

Una casa nei Cech (8) -la soffitta-

Nel romanzo di Dostoevskij “L’adolescente” troviamo la descrizione di una soffitta, dove il protagonista Arkadij, ormai diciannovenne, vive a Pietroburgo, in casa della mamma Sof’ja. (cliccate sulle foto sotto per leggere della soffitta)

Avete provato ad immaginarvi la soffitta descritta nel libro?

E cosa c’entra con la casa nei Cech lo avete capito?

Anche in questa nostra casa nei Cech abbiamo una soffitta, che in origine era un sottotetto adibito a fienile, in disuso per molti anni, ed ecco le prime misure per i lavori di intervento che trasformeranno questo piccolo spazio… in una “soffitta”da usare come stanza per un giovane”Arkadij”, che ospiterà anche la sorella “Liza”!

Dopo la vecchia scala ristrutturata (vedi qui), una nuova scaletta a chiocciola ci accompagna agevolmente alla soffitta. Ci accoglie un leggero armadietto foderato di “parole e immagini” di Virginia Woolf e sua sorella Vanessa.

Il locale è piccino, ma possiamo uscire sul terrazzino coperto; non c’è alcun tavolo di legno rozzo, ma due sedie sì, non di vimini bucato, ma di vecchio legno ritinteggiato di rosso o blu, anche se è opportuno preferire le brande, coperte da coloratissima lana lavorata dalle mani della nonna. E non abbiamo nessuna Lucher’ja che ci prepara il letto per la notte stendendo un lenzuolo sul divano coperto d’incerato e mettendo un cuscino: tutto è già predisposto! Ci attirerà sicuramente la vista della luminosa finestra, stiamo un po’ piegati come il padre Versilov nel racconto, per non battere la testa sulle travi, e non è solo un timore, ma la vista merita l’esercizio!
Che altro aggiungere, noi non abbiamo chiesto nessun compenso per l’uso di questo rifugio, ma non ci sembra neppure di poterlo definire una “cassa da morto” e di non dover quindi neppure pagare chi ci soggiorna e si riposa.
(Nelle foto la nostra soffitta, per ora!)

Vi siete trovati a vostro agio? Vi sono piaciute le due soffitte? Certo a San Pietroburgo si vive in città, una bella e ricca città, ma non bella e ricca per tutti!

Io conosco solo la soffitta nella casa del piccolo paese dei Cech, senza la nobiltà nè la schiavitù dei tempi di Dostoevskij!

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Scritto, documentato e pubblicato da

Maria Valenti/Alicemate  ^_^

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per continuare a leggere

Una casa nei Cech (9) -la camera-

Libri di Attilio: edizioni a confronto

Sono felice perchè sono riuscita a trovare tre dei quattro libri di Attilio della collana -dodici mesi- che mi mancavano (ne ho parlato qui).

Li ho trovati nelle biblioteche, ma sono di edizioni diverse da quelli che avevo regalato a mio figlio. Quelli del piccolo Sam sono dell’edizione del 1982, quelli presi in prestito sono di edizioni del 1972 e del 1993. Li ho sfogliati e ho colto alcune differenze: l’edizione più vecchia ha i titoli in Corsivo e la storia scritta in normali caratteri minuscoli, quella del 1982 ha i titoli in STAMPATO MAIUSCOLO, ma nel 1993, oltre ai titoli in stampato maiuscolo, ha pure tutti i testi  in STAMPATO MAIUSCOLO. Non mi sono meravigliata molto, perchè ho ricordato che in quel periodo, (anni 90) era diventato “raccomandabile” iniziare l’apprendimento dela lettura e anche della scrittura usando questi caratteri, più semplici da copiare e anche da vedere.

E ora? beh, questa è un’altra storia.

Vorrei invece mostravi le differenze osservate in queste tre edizioni, perchè mi sono sembrate interessanti. Ho costruito una tabella e poi metterò le foto per chiarire le rilevazioni.
Le copertine nelle tre edizioni, notare i caratteri di scrittura:

Le pagine nelle differenti edizioni, ingrandire cliccando sulla foto e notare lo stampato nell’edizione del 1993:

Occhiello iniziale (con indicazione collana), non presente nella prima edizione, che presenta invece nella prime e ultime pagine le illustrazioni delle quattro stagioni (1972):

Occhielli delle due edizioni successive:

Le quarte di copertina con la differenza del prezzo?

Per chiudere questi confronti vi pubblico tre coloriture dei personaggi di Attilio presentati a fine libro. Sono curiose perchè mostrano il proseguire della padronanza di tecnica e precisione nel riempire gli spazi da parte della sorellina Marti (brava neh!)

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Scritto, fotografato e pubblicato da

Maria Valenti/Alicemate (mamma e maestra)

 

Mi piacerebbe pubblicare anche le tre storie recuperate in biblioteca, non essendo in commercio dovrebbe essere legale. E, se qualche lettore volonteroso avesse la storia mancante (Febbraio. Evviva il Carnevale) questo ci farebbe un bel regalo a mostrarcela, inviandomela per mail. Indirizzo in home page.

Articolo successivo: Agosto -tre amici nello stagno-

 

 

Una casa nei Cech (2) -Entriamo in CASA-

– Entriamo in CASA – la CUCINA

Eccomi a continuare il racconto iniziato il 7 settembre scorso di “Una casa nei Cech”. Per chi non sapesse nulla, vedere qui.

Allora, pensavo di fare un racconto consecutivo, ma io sono facilmente distraibile, sì, vorrei stare più a tema, stare in quel dato argomento e approfondirlo, mi piace molto anzi andare giù e giù, ma anche qui ci si può perdere. Insomma o cambio strada o mi infilo in stradine e straducole che disorientano me, figuriamoci chi mi ascolta o mi segue! In realtà non vedo nessun seguito, e fate bene!

Comunque ho avuto una  gita a Torino, la sistemazione di libri e inizio di nuove letture. Ho chiuso, e mi si stringe il cuore a dirlo, ma ho finalmente chiuso i libri di don Milani, e aperto, o meglio riaperto Montessori, ma stavo avendo un po’ di overdose scolastica, quindi sono passata a Dostoevskij. 

Tutto questo lungo preambolo per giustificare la mia lentezza e anche perchè questa mattina leggevo, nel romanzo di Dostoevskij, di uno strano acquisto ad un’asta di un album di famiglia, per due rubli e cinque copechi, una solenne inutilità che però si rivenderà subito ad un interessato a dieci rubli con grande soddisfazione dell’inesperto acquirente. Insomma un album di famiglia, io ho la passione per queste cose che raccontano di certi piccoli momenti di gioia, o di tragedie incredibili, segretamente nascosti in pagine ingiallite o pareti ammuffite. Infatti molti sorridono del valore che io dò a cose “vecchie” che raccontano storie.

Ed eccomi alla casa nei Cech e alla sua storia.  Ci siete ancora? Noo? pazienza, io scriverò lo stesso.

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“Quindi siamo alla casa che è stata acquistata, utilizzata come “area attrezzata” per vacanza in camper, e poi nelle mani di progettisti, muratori e desideri.

Entriamo in cucina? noi la chiamiamo ora CUCINA, ma nelle case dei nostri paesini, ancora quando io ero bambina, la cucina era la CASA. Sì, la casa era il locale dove si trascorreva la maggior parte della giornata, dove si soggiornava, si mangiava, si facevano i compiti, si ricevevano gli amici, si leggeva il giornale…
Quindi eccoci in “casa”, il centro della vita di allora, dove oggi principalmente si cucina, e infatti è chiamata cucina.

Mostrerò alcune immagini di come era prima della ristrutturazione e dopo.

Si possono notare molte differenze: la tinta delle pareti, molto colorate prima, i soffitti in legno tinteggiati a tempera come le pareti, che si scrostavano molto. E dopo i lavori di sistemazione ecco alcune travi mantenute, ma ripulite e valorizzate nella loro tinta naturale. Abbiamo cercato di mantenere diverse testimonianze della precedente vita: il grande camino, il lavandino di cemento costruito sul posto e sistemato nella rientranza della finestra, le travi sopra alle porte, il tavolo giallo in formica, le sedie in legno… certo tutto ripulito e restaurato, con molto lavoro (anche fatto da me). La lampada saliscendi recuperata nei mercatini, con filo intrecciato che corre sulla trave, le piastrelle esagonali trovate in un fondo di magazzino che sostituiranno il vecchio cemento lavabile…

Dunque entriamo?

Il portoncino che ci porta all’interno, passando dal terrazzino e arrivando, una volta, dai prati e dalle stalle, è collocato al muro con dei grossi cardini, munito di chiavistello e catenaccio, era robusto ma lo abbiamo sostituito con una porta a vetri per dare più luce al locale, lo rivedremo in gran forma in un altro luogo della casa dove non deve entrare la luce!

Ora, da questo lato si arriva con una comoda strada asfaltata mentre prima c’erano solo sentieri, quindi questo è diventato l’ingresso di casa.

La finestra della cucina, con l’inferriata e lo scuro, era posta sopra al lavandino a cui era poi stato aggiunto il prezioso rubinetto dell’acqua corrente, impedendone però la comoda apertura. Nella ristrutturazione abbiamo quindi modificato la finestra con l’aggiunta di un vetro fisso per dare spazio al rubinetto e tolto scuro e inferriata per aumentare la luce. Il lavandino è allo stesso posto, un po’ basso per lavare i piatti, ma da vedere è molto tenero e retrò

L’arredo principale della cucina di un tempo era la credenza, insieme al tavolo naturalmente, poi è arrivata la “cucina all’americana” con elettrodomestici sempre più numerosi.

Al centro il grande tavolo di legno coperto da formica gialla è rimasto col suo luminoso piano di appoggio che è tanto piaciuto all’arredatore. Abbiamo cercato di mantenere l’atmosfera della cucina contadina di un tempo, rendendola più funzionale e gradevole.

Alla parete fra le due porte, dove c’era il fornello, abbiamo sistemato una vecchia credenza del nonno restaurata a dovere, la nicchia nel muro farà da “bar”, dietro la porta un appendiabiti fatto di resti trovati, assemblati e colorati.

Il posto sicuramente più importante è occupato dal grande camino su cui si legge la data di costruzione, posteriore a quella della casa, il 1928. In quegli anni era questo il modello ricorrente, infatti si trova in molte abitazioni della zona. Abbiamo voluto mantenerlo, convinti anche del suo buon funzionamento, purtroppo invece il tiraggio non era ottimale e abbiamo usato questo spazio per sistemare una stufa. Mi piace molto questa soluzione: salva la storia, crea un vano più sicuro per contenere questa fonte di calore ed è un’importante scenografia allo spettacolo creato dalla fiamma, oltre ad avere una nuova canna che aspira il fumo e non fa ricadere la fuliggine all’interno.

Un secondo portoncino, che una volta serviva proprio come principale accesso alla casa, è ora sul retro della cucina e ci porta sulle scale che salgono sopra e scendono in cantina, oltre a far accedere agli stretti vicoli del paese. Ora il vicolo è stato chiuso, quindi lo spazio resta interno, come vano scale.

Usciamo a dare un’occhiata alla trasformazione del vano scale?
Questo spazio è cambiato molto, nonostante si sia conservata tutta la struttura, compreso il muretto a riparo della scala che scende in cantina, ma lo vedremo in seguito.

Alla prossima puntata

 Una casa nei Cech (3) -Dai vicoli agli svincoli-

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Scritto, documentato e pubblicato da

Maria Valenti/Alicemate  ^_^

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