A San Pietroburgo

Ecco, a San Pietroburgo ci sono finalmente stata!

Quanto l’ho pensata, spiata sulle foto, immaginata nelle descrizioni di grandi scrittori.

Procedevo sui passi di personaggi vissuti nei palazzi, nei caseggiati, lungo viali e fiumi, o negli spostamenti dei protagonisti di romanzi, che confusi, adirati, tormentati, stanchi o innamorati si fermavano sui ponti, nelle piazze, nei giardini, nei locali del porto…

Chi subisce condanne a morte, chi si ubriaca, chi muore di malattia e miseria e chi uccide per fare giustizia, chi per amore…

Una città costruita da uno Zar per diventare la sua dimora e la capitale del suo grande stato, quindi un luogo dove tutti potessero riconoscere grandezza e bellezza.

Una città magica perchè incredibilmente nata da malsane paludi, perchè nordica e freddissima nelle lunghe notti invernali, ma calda e luminosa nelle sue notti bianche e magica nei giardini, ponti levatoi, canali, colori e luccichii…

Bene, ora ci sono stata, ci sono stata velocemente da turista e ancora devo fare ordine e trovare conforto e sostegno ai miei pensieri confusi e immaginativi. La realtà non ha superato la fantasia, ma l’ha nutrita di nuove forme, ha arginato e allargato i confini, ha rasserenato le visioni e spinto a nuove ricerche e riflessioni.

Mi conforta l’avela vista anche per poco, avrei voluto sentirla e ascoltarla di più… è stato super anche così!

Parecchi anni fa nacque la mia voglia di vedere la grande città russa, e fu incontrando la scrittrice e psicoanalista Lou Salomè.
H.F. Peters, in Mia sorella, mia sposa. La vita di Lou Andreas Salomè, scriveva:

“Anche nella claustrale solennità del Palazzo di Stato Maggiore [di San Pietroburgo], Lou sentiva l’eccitazione rivoluzionaria del tempo. Le sue aspirazioni alla libertà personale, le sue idee poco ortodosse circa i rapporti fra i sessi, il desiderio di ottenere una preparazione universitaria, tutto era influenzato dal mondo russo che la circondava, a dispetto di tutti gli sforzi che la sua famiglia faceva…”

 

Della visita al ricchissimo museo dell’Ermitage (Il mattino del 28.05.2019), qualche fugace emozione :

Però, però questa bellissima esposizione dell’Ermitage è collocata in altrettanto preziosi palazzi, a partire dal Palazzo d’Inverno, reggia degli Zar di Russia, quindi, quindi io mi distraevo dall’ascolto di Alexandra che ci parlava delle diverse correnti artistiche, di quell’ombra nel viso, o nelle pieghe della camicia, della storia delle esigenze di tranquillità delle zarine…

e mi capitava di guardare dalla finestra, godere la luce delle stanze e prendere spunto dai disegni del legno dei pavimenti…

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Scritto, documentato e pubblicato da

Maria Valenti/Alicemate  ^_^

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Alla prossima con:

– San Pietroburgo sull’acqua

 

 

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Racconto del mercante (di Dostoevskij)

Dal romanzo L’adolescente” di Fëdor Dostoevskij (da pag. 384)

   (non adatto ai minori o a persone particolarmente sensibili)

. Si avvicinava infine spesso alla porta in quelle serate, venendo fuori dalla sua cucina, la cuoca Luker’ja, rimaneva ritta dietro la porta ad ascoltare Makàr Ivànoviè che raccontava. Versilov una volta la chiamò e la invitò a sedersi con noi. Questo mi piacque; ma da quella volta ella smise di avvicinarsi alla porta. Ognuno la pensa a modo suo!

Riporto qui uno di questi racconti a caso, unicamente perché è quello che ricordo meglio. È la storia di un mercante...

Il racconto del mercante (sintesi)

«Da noi, nella città di Afìm’evo, sentite che miracolo è avvenuto. C’era un mercante, si chiamava Skotobòjnikov, Maksìm Ivànoviè, ed era l’uomo più ricco di tutto il circondario. Aveva costruito una fabbrica di tessuti di cotone che dava da vivere ad alcune centinaia di operai e si era enormemente insuperbito. E bisogna dire che ormai egli faceva il bello e il cattivo tempo, le autorità stesse non lo ostacolavano in nulla e l’archimandrita gli era riconoscente per il suo zelo: donava grandi somme al monastero e, quando gli veniva l’estro, sospirava molto per la propria anima e si preoccupava parecchio per la vita futura. Era vedovo e senza figli… Aveva anche un debole per il bere e, quando si ubriacava…«”Lo so io”, diceva, ” La gente di qui è dissoluta; senza di me qui morirebbero tutti di fame, tutti quanti sono. Bisogna inoltre dire che la gente di qui è ladra: qualunque cosa vede, arraffa, non ha alcuna onestà.«Così parlava Maksìm Ivànoviè della gente di Afìm’evo; sebbene egli parlasse male, tuttavia c’era una parte di verità: erano sfaticati e indolenti.

«Viveva in quella stessa città anche un altro mercante, il quale morì; era un uomo giovane e scriteriato, fece fallimento e perse tutto il capitale. Egli maledisse Maksìm Ivànoviè fin sul letto di morte. Lasciò una vedova ancora giovane e cinque figli, che non aveva di che nutrire: l’ultima piccola proprietà, una casa di legno, se la voleva prendere Maksìm Ivànoviè in conto del suo credito. Allora lei mise i i figli tutti in fila, l’uno accanto all’altro, sul sagrato della chiesa; il ragazzo più grande aveva appena otto anni e le altre erano tutte bambine, una più piccola dell’altra, tra le quali correva un anno di differenza; la maggiore aveva quattro anni e la più piccola la portava ancora in braccio e la allattava. Finita la messa Maksìm Ivànoviè uscì e tutti i bambinelli si misero in ginocchio in fila davanti a lui, come lei aveva loro insegnato, e congiunsero tutti quanti le manine, mentre lei col quinto bambino in braccio, davanti a tutti, gli si inchinò fino a terra: “Bàtjuška, Maksìm Ivànoviè, abbi pietà di questi orfani, non portar loro via l’ultimo boccone, non cacciarli dal nido natio!”. E tutti quelli che erano lì si misero a piangere, tanto bene ella li aveva ammaestrati. Pensava: “Davanti alla gente egli si vergognerà e ci risparmierà, renderà la casa agli orfani”; le cose, tuttavia, non andarono così. Maksìm Ivànoviè si fermò e le disse: “Tu, giovane vedova, vuoi un marito e non piangi per gli orfanelli. Il defunto mi ha maledetto sul letto di morte”, e andò oltre e la casa non gliela rese. “Perché imitare le loro sciocchezze (ossia, esser con loro indulgente)? Se facessi loro del bene si metterebbero a biasimarti ancora di più…

«Si mise a gemere la madre, ma lui cacciò gli orfani dalla casa… Dapprima l’aiutarono, poi andò a cercar lavoro. Soltanto che da noi, a parte la fabbrica, quale lavoro volete mai che ci sia; da una parte lavava i pavimenti, da un’altra sarchiava l’orto, dall’altra riscaldava il bagno e sempre col bambino in braccio e piangendo, mentre gli altri quattro in camiciola correvano per la strada lì accanto. La vedova pensa: “Dove vi riparerò quando verrà l’inverno… Solo che non attese fino all’inverno. Dalle nostre parti c’è una tosse, la tosse asinina, che passa da un bambino all’altro. Dapprima morì la bambina in fasce, dopo di lei si ammalarono anche gli altri e in quello stesso autunno si portò via una dopo l’altra tutte e quattro le bambine.

«Le rimase in vita soltanto il ragazzo, il maggiore, Era gracile e delicato. Lo portò alla fabbrica, mentre lei si impiegò come balia in casa di un impiegato.Solo che una volta il ragazzo stava correndo nel cortile, quando a un tratto arrivò su una pariglia Maksìm Ivànoviè come a farlo apposta ubriaco; e il ragazzo, sbadatamente, scivolò correndo giù per le scale e andò a sbattere proprio contro di lui mentre scendeva dal calesse. Egli lo afferrò per i capelli e si mise a urlare: “Di chi è figlio? Le verghe! Frustatelo, dice, immediatamente, davanti a me. Frustatelo finché non smetterà di gridare!”. Non smise di gridare finché non rimase tramortito del tutto. Allora smisero di frustarlo e si spaventarono: il ragazzo non respirava e giaceva privo di sensi. Si spaventò anche Maksìm Ivànoviè: “Di chi è figlio?”, domandò; glielo dissero. “Guarda un po’! Riportatelo alla madre; cosa ci faceva qui in giro per la fabbrica?” Col ragazzo le cose si erano messe male: si era ammalato, giaceva in un angolo nella camera della madre; lei a causa di ciò aveva dovuto lasciare il suo lavoro in casa dell’impiegato ed era risultato che aveva una polmonite. Lui si aspettava che la madre presentasse denuncia e, per orgoglio, taceva; solo che la madre non osò sporgere denuncia. Egli allora le mandò quindici rubli e un medico; e non perché avesse paura di qualcosa, ma così, perché aveva riflettuto.

«Passò l’inverno e Maksìm Ivànoviè di nuovo domanda: “Che ne è di quel ragazzo?” “È guarito, sta con la madre; lei va sempre a lavorare a giornata”. Quel giorno stesso Maksìm Ivànoviè si recò dalla vedova: “Ecco”, le dice, “onesta vedova, voglio essere un vero benefattore per tuo figlio e colmarlo di favori: da ora in poi lo prendo in casa mia. E se egli mi compiacerà un po’, gli lascerò per testamento un capitale sufficiente; se invece mi compiacerà in tutto lo posso nominare erede di tutto il mio patrimonio alla mia morte, come se fosse mio figlio carnale, a patto però che vostra grazia non favorisca in casa mia, tranne che nelle grandi feste. «Maksìm Ivànoviè lo rivestì come un signorino, assoldò un maestro e da quel momento stesso lo mise davanti a un libro; e la cosa arrivò al punto che non lo perdeva mai di vista e lo teneva sempre accanto a sé. Se appena il ragazzo si distraeva egli subito gli gridava: “Prendi il libro! Studia: voglio fare di te un uomo”. Ma il ragazzo era malaticcio, da quella volta che era stato battuto aveva cominciato a tossire. “Non sta forse bene con me?”, si meravigliava Maksìm Ivànoviè, “quando stava da sua madre andava in giro scalzo, mangiava croste di pane, come mai è più magro di prima?”. Ma il maestro gli dice: “Ogni ragazzo ha bisogno di giocare un po’, non di studiare sempre; deve fare del movimento”, e gli dimostrò tutto assennatamente. Maksìm Ivànoviè si sedette e gridò al ragazzo. “Gioca”, mentre quello davanti a lui a stento respirava. E si arrivò al punto che il bambino non riusciva a sostenere nemmeno la sua voce che subito si metteva a tremare. E Maksìm Ivànoviè si stupiva sempre di più: “Ma che razza di bambino è mai; io l’ho tirato fuori dal fango e l’ho vestito di drap de dame; va in giro in stivaletti di panno e camicia ricamata, lo tengo come il figlio di un generale, perché mai non mi porta affetto? Perché se ne sta zitto come un lupacchiotto?” Maksìm Ivànoviè si era affezionato a quel bambinetto tanto che non riusciva più a staccarsene. Egli non usò mai neppure una volta la verga. Lo aveva spaventato, ecco come stanno le cose. Senza bisogno della verga lo aveva spaventato.

«Un giorno accadde un guaio. Una volta, appena Maksìm Ivànoviè uscì, il ragazzo abbandonò subito il libro e montò sopra una sedia (in precedenza aveva gettato una palla sopra un mobile) per riprenderla, ma la manica gli si impigliò nella lampada di porcellana che era posata sul mobile e questa cadde sul pavimento andando in mille pezzi, tanto che il rumore rimbombò per tutta la casa, si trattava di una cosa preziosa, una porcellana di Sassonia. Maksìm Ivànoviè, che era due camere più lontano udì e si mise a urlare. Il bambino si precipitò fuori a capofitto correndo perla paura, senza nemmeno lui sapere dove, uscì fuori sulla terrazza, attraversò il giardino e attraverso il cancelletto posteriore finì diritto sul lungofiume.

“Ah! – Maksìm Ivànoviè – Ecco dove sei! Prendetelo!” (Era così infuriato che era uscito lui stesso fuori di casa senza berretto per inseguirlo). Il ragazzo lanciò un grido, si lanciò verso l’acqua, si strinse entrambe le mani chiuse a pugno contro il petto, alzò gli occhi al cielo e giù nel fiume! La gente si mise a urlare, si lanciarono giù dalla zattera cercando di afferrarlo, ma la corrente era veloce e l’acqua lo trascinò via. Quando lo tirarono fuori era già affogato, era morto. «”Perché, sei rimasto così atterrito da questo bambino, della cui morte non hai neppure particolarmente colpa?”. «”Mi appare in sogno”, rispose Maksìm Ivànoviè. Maksìm Ivànoviè mandò anche a chiamare il maestro.«”Dipingimi un quadro, il più grande che ci sia, che occupi tutta la parete, e su di esso per prima cosa dipingi il fiume, la discesa e la zattera, e che ci siano tutte le persone che c’erano quel giorno. Che ci siano la moglie del colonnello e la bambina e quel famoso riccetto. E dipingimi anche l’altra riva tutta quanta, che si veda com’è: la chiesa, la piazza, le botteghe, e il punto dove son fermi i vetturini, dipingi tutto com’è. E lì, all’approdo del traghetto, dipingi il ragazzo, proprio sulla riva del fiume, in quel punto preciso, e che immancabilmente si stringa i due piccoli pugni così al petto.Non apriremo il cielo e non occorre dipingere gli angeli, ma farò scendere dal cielo un raggio, come in segno di benvenuto; un unico raggio di luce: sarà pressappoco la stessa cosa”. Maksìm Ivànoviè fu soddisfatto del lavoro ben fatto , ma non fece vedere il quadro a nessuno, bensì lo chiuse a chiave nel suo studio, lontano dagli occhi di tutti.Improvvisamente Maksìm Ivànoviè andò da quella stessa vedova e si inchinò davanti a lei fino a terra. “Madre, gemette, onesta vedova, sposa questo mostro, fa’ che io viva!”. Quella lo guardava più morta che viva. “Voglio che ci nasca un altro ragazzo e se ci nascerà vorrà dire che il ragazzo ci avrà perdonato entrambi, te e me. Mi ha ordinato così il ragazzo”l’archimandrita le sussurrò all’orecchio: “Tu puoi far nascere in lui un uomo nuovo”. Lei era atterrita. La gente si meravigliava di lei: “Come si fa a rifiutare una simile fortuna!”. Ecco come, alla fine, lui riuscì a piegarla. “Se invece mi sposerai ti faccio una solenne promessa: costruirò una nuova chiesa solo in eterna memoria dell’anima di tuo figlio suicida”. Di fronte a ciò ella non resistette e acconsentì. Così si sposarono.

E con grandissima meraviglia di tutti essi, fin dal primo giorno, presero a vivere in grande e sincera concordia. Ella concepì quello stesso inverno. Egli fece erigere la chiesa che aveva promesso e fece costruire in città un ospedale e un ospizio. Donò una grossa somma alle vedove e agli orfani e si ricordò di tutti coloro che aveva trattato ingiustamente con il proposito di risarcirli. I suoi discorsi si fecero pacati e persino la sua stessa voce mutò. Divenne ineguagliabilmente pietoso, persino verso gli animali.E quando maturò il tempo di lei, il Signore, infine, ascoltò le loro preghiere e mandò loro un figlio e Maksìm Ivànoviè distribuì molte elemosine, condonò molti debiti, invitò tutti al battesimo.

Invitò tutta la città, ma l’indomani egli si risvegliò scuro come la notte.”Aspetta – dice alla moglie – non era mai venuto per un anno intero e questa notte, invece, l’ho sognato di nuovo”. – “A queste parole terribili”, ricordava lei in seguito, “il mio cuore fu pervaso di terrore”.

«E non per niente il ragazzo gli era apparso in sogno. Appena Maksìm Ivànoviè parlò di questo, quasi, si può dire, in quello stesso istante, al neonato accadde qualcosa: improvvisamente si ammalò. La sua malattia durò otto giorni, pregarono, chiamarono i dottori, ma il bambino verso sera morì.

«Che accadde dopo questo? Maksìm Ivànoviè intestò tutta la proprietà alla cara sposa, le consegnò tutti i capitali e i documenti, fece ogni cosa per bene e come prescrive la legge, e poi si presentò davanti a lei e le si inchinò fino a terra: “Lasciami andare, inestimabile consorte mia, a salvare la mia anima, finché è possibile. Se trascorrerò il mio tempo senza profitto per la mia anima, non tornerò più indietro. Sono stato duro e crudele e ho imposto molti pesi, ma penso che per i dolori e i pellegrinaggi che mi aspettano il Signore non mi lascerà senza remunerazione. Si dice che ancor oggi compia i suoi pellegrinaggi e faccia penitenza, e che visiti la cara sposa ogni anno…».

Testo tratto dal romanzo L’adolescente” di Fëdor Dostoevskij e sintetizzato da Maria Valenti

Disegni di Maria Valenti

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Riflessioni personali:

Ciascuno di noi ha diritto al rispetto verso i sentimenti e i valori che possiede, ma ci vuole empatia e onestà per vederli.

Io ho colto questo, sia dall’episodio di Luker’ja che dalle vicissitudini dei personaggi del racconto.

E c’è molto altro.

Si può uccidere sia con l’indifferenza che con un amore possessivo ed esclusivo.

La beneficenza non è altruismo.

La paura può uccidere come una malattia.

Il denaro e la sapienza sono potenti, ma i buoni sentimenti sono rivoluzionari.

Quanta saggezza si può trovare in questo racconto popolare scritto da Dostoevskij nel suo romanzo “L’adolescente”

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Articolo di

Maria Valenti/Alicemate  ^_^

 

Per leggere tutto il racconto:
il racconto del mercante integrale

Dicembre -L’Albero di Natale-

Il racconto L’Albero di Natale di Attilio Cassinelli, pubblicato da Giunti Editore, nella collana dodici mesi, l’ho trovato in biblioteca in una edizione del 1993. L’ho cercato nelle varie librerie ma risulta anche questo esaurito.

È una storia natalizia, che racconta ai bambini senza mai perdere di vista i valori più importanti della convivenza pacifica: il rispetto per tutti,  la conoscenza delle cose che ci circondano, con semplicità e sensibilità, la capacità di stare insieme e condividere i momenti di gioia.

Le illustrazioni sono adatte ai piccoli che possono poi rileggere facilmente il racconto anche attraverso le immagini, e per chi inizia a leggere possono essere un valido contributo alla comprensione del testo.

Se poi si volesse prendere spunto per un approfondimento scientifico: gli alberi sono tanti, per foglie, fiori… ma anche per chi li abita o ne ha cura.

Per chi vuole leggerlo o farlo leggere ai suoi bambini (adatto indicativamente dai 4 ai 6 anni) metto il pdf che ho costruito, perchè questo libro è ormai introvabile.

Dicembre L’albero di Natale

 

Scritto, fotografato e pubblicato da

Maria Valenti/Alicemate

Lavoro dedicato in particolare alla mia piccola Viola che ama ascoltare e guardare le storie.

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Agosto -tre amici nello stagno-

Il racconto Tre amici nello stagno di Attilio Cassinelli, pubblicato da Giunti Editore, nella collana dodici mesi, l’ho trovato in biblioteca in una edizione del 1972. L’ho cercato nelle varie librerie ma risulta sempre esaurito.

È una storia molto carina, che ci parla di libertà, di amicizia, di aiuto e rispetto degli altri, dei loro bisogni e sentimenti. Le illustrazioni semplici e molto grandi, sanno attirare e coinvolgere i piccoli ascoltatori.
Per chi vuole conoscere e leggere ai suoi bambini (adatto indicativamente dai 4 ai 6 anni) vi metto il pdf che ho costruito, essendo  introvabile.

Agosto- tre amici nello stagno-

 

Scritto, fotografato e pubblicato da

Maria Valenti/Alicemate

Lavoro dedicato in particolare alla mia piccola Viola che ama le storie di ATTILIO

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Libri di Attilio: edizioni a confronto

Sono felice perchè sono riuscita a trovare tre dei quattro libri di Attilio della collana -dodici mesi- che mi mancavano (ne ho parlato qui).

Li ho trovati nelle biblioteche, ma sono di edizioni diverse da quelli che avevo regalato a mio figlio. Quelli del piccolo Sam sono dell’edizione del 1982, quelli presi in prestito sono di edizioni del 1972 e del 1993. Li ho sfogliati e ho colto alcune differenze: l’edizione più vecchia ha i titoli in Corsivo e la storia scritta in normali caratteri minuscoli, quella del 1982 ha i titoli in STAMPATO MAIUSCOLO, ma nel 1993, oltre ai titoli in stampato maiuscolo, ha pure tutti i testi  in STAMPATO MAIUSCOLO. Non mi sono meravigliata molto, perchè ho ricordato che in quel periodo, (anni 90) era diventato “raccomandabile” iniziare l’apprendimento dela lettura e anche della scrittura usando questi caratteri, più semplici da copiare e anche da vedere.

E ora? beh, questa è un’altra storia.

Vorrei invece mostravi le differenze osservate in queste tre edizioni, perchè mi sono sembrate interessanti. Ho costruito una tabella e poi metterò le foto per chiarire le rilevazioni.
Le copertine nelle tre edizioni, notare i caratteri di scrittura:

Le pagine nelle differenti edizioni, ingrandire cliccando sulla foto e notare lo stampato nell’edizione del 1993:

Occhiello iniziale (con indicazione collana), non presente nella prima edizione, che presenta invece nella prime e ultime pagine le illustrazioni delle quattro stagioni (1972):

Occhielli delle due edizioni successive:

Le quarte di copertina con la differenza del prezzo?

Per chiudere questi confronti vi pubblico tre coloriture dei personaggi di Attilio presentati a fine libro. Sono curiose perchè mostrano il proseguire della padronanza di tecnica e precisione nel riempire gli spazi da parte della sorellina Marti (brava neh!)

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Scritto, fotografato e pubblicato da

Maria Valenti/Alicemate (mamma e maestra)

 

Mi piacerebbe pubblicare anche le tre storie recuperate in biblioteca, non essendo in commercio dovrebbe essere legale. E, se qualche lettore volonteroso avesse la storia mancante (Febbraio. Evviva il Carnevale) questo ci farebbe un bel regalo a mostrarcela, inviandomela per mail. Indirizzo in home page.

Articolo successivo: Agosto -tre amici nello stagno-

 

 

Lorenzo Milani e Virginia Woolf: due Maestri!

“Troviamo quel che vogliamo trovare, troviamo quel che cerchiamo. Troviamo se cerchiamo.” (Lorenzo Milani)

Io ho trovato un grande maestro di “scuola” e una grande maestra di “lettura”. Il primo è il sacerdote Lorenzo Milani, scoperto da poco, la seconda è la scrittrice Virginia Woolf, scoperta da molti anni.

Se si fossero incontrati avrebbero senz’altro fatto una profonda, interessante, ironica e chiassosa conversazione. Si sarebbero stimati e insultati a vicenda, Lorenzo Milani lo avrebbe fatto direttamente dandole della privilegiata e viziata… lei solo in seguito, e ne avrebbe disegnato una figura potente e incapace di autocontrollo, adolescenziale forse, come aveva ai tempi definito anche il suo coetaneo James Joyce.

Entrambi di famiglia ricca e coltissima, crescono in ambiente ateo, viaggiano e conoscono lingue e culture diverse

Entrambi conducono scelte di pacifismo e di promozione di giustizia sociale. Lui dedica la vita alla professione del Vangelo, si dedica ai poveri e alla loro elevazione attraverso la parola, lei si dà alla scrittura come parola capace di raggiungere tutti, e alla sua missione/professione si dona completamente.

I libri che li hanno resi famosi sono rivoluzionari: per Virginia una rivoluzione nel modo scrivere, utilizzando il monologo interiore. Per don Milani e la scuola di Barbiana, sarà un messaggio rivoluzionario su come fare scuola!

Ma il momento in cui ho colto il collegamento fra i due grandi maestri è stato quando ho trovato questo pensiero di don Milani, in una lettera del 1958  indirizzata a don Divo, un suo stimato insegnante di seminario, riferendosi alla sua massima occupazione (che lui stimava occupasse il 99% del suo tempo), LA SCUOLA:

“Non penso che al Giudizio (Universale) la mia scuola mi verrà scritta dalla parte dei meriti, ma son convinto invece che essa mi verrà scritta dalla parte delle opere che hanno già avuto il loro premio. Immense gioie, amicizie, affetti duraturi.”

Era lo stesso concetto che la scrittrice Virginia Woolf scriveva nel breve saggio “Come leggere un libro”(1925), ma invece di essere legato al fare scuola era legato alla lettura:

“A volte ho sognato che arrivato il giorno del Giudizio in cui tutti saranno pronti a ricevere i loro premi, il Signore si girerà verso Pietro e gli dirà, non senza una certa invidia, quando ci vedrà entrare con i nostri libri tra le braccia: “Guarda, costoro non hanno bisogno di premi. Non abbiamo nulla per loro. Loro hanno amato leggere.”

Entrambi quindi ritengono che la loro vita sia già stata “un Paradiso”.

Io sono stata maestra per “professione” e lettrice per bisogno e conforto. Così, da eterna scolara di letture a maestra quotidiana di bambini, eccomi incapace a rinunciare alla continua condivisione di quello che ritengo interessante. Lo faccio con gioia ed è per me un paradiso in terra? Certo leggere è una gioia, comunicare agli altri una seconda gioia, quindi la mia condizione potrei definirla

“UN PARADISO”?

Certamente lo è oggi. In passato la mia è stata una vita alla ricerca del tempo per leggere e alla ricerca e mediazione fra la scuola che avrei voluto e quella che ho potuto fare. Comunque mi considero premiata a sufficienza e non ritengo di aver alcuna pretesa ulteriore.

scritto, ragionato e firmato da

Maria Valenti (maestra e lettrice)

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Bibliografia citata:

L’obbedienza non è più una virtù, Lorenzo Milani

Le tre ghinee, Virginia Woolf

Lettera a una professoressa, Scuola di Barbiana (con regia di don Milani)

La signora Dalloway, Virginia Woolf

Perché mi hai chiamato? Lettere ai sacerdoti, appunti giovanili e ultime parole, Lorenzo Milani (a cura di Michele Gesualdi)

Come leggere un libro, Virginia Woolf

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Per approfondire, biografie di:

Lorenzo Milani  (Firenze, 27 maggio 1923 – Firenze, 26 giugno 1967)

e Virginia Woolf   (Londra, 25 gennaio1882 – Rodmell, 28 marzo1941)

Don Milani insegna con parole e calcoli!

Premessa

Competenza matematica e competenza linguistica

(Da: Franca Da Re La didattica per competenze APPRENDERE COMPETENZE, DESCRIVERLE, VALUTARLE)

“È di tutta evidenza l’importanza che la matematica assume nel nostro mondo. Essa è uno dei due metalinguaggi – insieme alla lingua – con cui ci rapportiamo alla realtà, con cui la misuriamo e la rappresentiamo. Le competenze matematiche ci permettono di avere un approccio critico a dati che leggiamo o che ci vengono proposti e a interpretazione di eventi e fenomeni; ci permettono di prendere decisioni ponderate di tipo economico o finanziario, di risolvere problemi quotidiani. Proprio come la lingua, la matematica è trasversale rispetto a tutte le altre discipline, per la sua potenza nel misurare e rappresentare i fenomeni. Possedere competenze matematiche significa aumentare le proprie possibilità di pensiero critico, la propria autonomia personale, la possibilità di assumere decisioni responsabili.”

Dal libro Esperienze pastorali di Don Lorenzo Milani possiamo gioire di queste due competenze:

la chiarezza della parola aiutata dalla rilevazione e dai calcoli dei dati raccolti, sempre accopagnati dalla riflessione critica e creativa dell’intellligenza dell’uomo, in questo caso dall’acutezza dell’autore… per aprire le menti.

– L’istruzione, tema fondante del suo apostolato, evoluzione storica:

– I risultati scolastici secondo la classe sociale di appartenenza:

– Esodo della popolazione e i suoi indicatori:

– Come si vive nelle case:

 

– Il lavoro: 

La lettura di questi grafici, e magari la loro riformulazione con dati rilevati nella propria realtà, aiuterebbero i ragazzi a scuola o gli addetti, nella vita sociale, a capire o aiutare a capire meglio il mondo in cui si vive.

Ciao da Alicemate/Maria Valenti

 

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