Una casa nei Cech (3)

Abbiamo visto quanto fosse importante la Cucina in una casa di contadini nella prima metà del 1900 (qui)

Un’altra particolarità di questa architettura popolare era l’assoluta mancanza di spazi interni adibiti a solo passaggio, come ingressi, svincoli, e spesso anche scale. Infatti nella nostra casa nei Cech non ce n’erano. Si entrava direttamente in cucina, e si usciva di nuovo all’esterno per accedere agli altri locali della casa. Quindi la nostra cucina era un locale isolato, le due porte portavano all’esterno: una verso il terrazzino, poi alle stalle e ai prati, l’altra ai cortili e vicoli del paese, oltre alla scala di cantina e a quella che saliva nelle stanza da letto.

Questo spazio di passaggio e accesso, era anche ad uso degli altri abitanti che dovevano raggiungere i loro prati, il bisogno dava diritto di passaggio, oltre a diventare, di conseguenza, anche zona di incontro e gioco.

Ricordo il primo soggiorno alla casa nei Cech, quando era ancora tutto aperto e i ragazzi si divertivano un mondo a giocare a nascondino: tutto il paese era uno spazio condiviso, scale, portoni, muretti, vicoli, lavatoi, fontane, il sagrato della Chiesa… Purtroppo o per fortuna però, a mano a mano che si facevano delle ristrutturazioni, ogni proprietario recintava la propria casa… ormai era rimasta solo la nostra aperta in quella via, e anche noi l’abbiamo chiusa!

Chiusa ai passanti, ai motorini, ai cavalli, ai cani, ai gatti no! Ma in particolare chiusa ai cervi che non ci avrebbero permesso di avere un giardino e un orto!

Ora vi mostro le foto della zona di passaggio sul retro della cucina, come era prima e come l’abbiamo trasformata:

Con tutta questa comunione di passaggi, le porte di ogni locale erano però ben chiuse per proteggere la vita privata e la sicurezza degli abitanti: portoncini in legno, irrobustiti da chiodi e catenacci  e incardinati ai muri. Oggi invece si prediligono porte vetrate con piccole chiavi, ma allontanate da occhi e orecchi estranei con recinzioni e giardini… e fotocellule!

Ciao!


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Una casa nei Cech (2)

Eccomi a continuare il racconto iniziato il 7 settembre scorso di “Una casa nei Cech”. Per chi non sapesse nulla, vedere qui.

Allora, pensavo di fare un racconto consecutivo, ma io sono facilmente distraibile, sì, vorrei stare più a tema, stare in quel dato argomento e approfondirlo, mi piace molto anzi andare giù e giù, ma anche qui ci si può perdere. Insomma o cambio strada o mi infilo in stradine e straducole che disorientano me, figuriamoci chi mi ascolta o mi segue! In realtà non vedo nessun seguito, e fate bene!

Comunque ho avuto una  gita a Torino, la sistemazione di libri e inizio di nuove letture. Ho chiuso, e mi si stringe il cuore a dirlo, ma ho finalmente chiuso i libri di don Milani, e aperto, o meglio riaperto Montessori, ma stavo avendo un po’ di overdose scolastica, quindi sono passata a Dostoevskij. 

Tutto questo lungo preambolo per giustificare la mia lentezza e anche perchè questa mattina leggevo, nel romanzo di Dostoevskij, di uno strano acquisto ad un’asta di un album di famiglia, per due rubli e cinque copechi, una solenne inutilità che però si rivenderà subito ad un interessato a dieci rubli con grande soddisfazione dell’inesperto acquirente. Insomma un album di famiglia, io ho la passione per queste cose che raccontano di certi piccoli momenti di gioia, o di tragedie incredibili, segretamente nascosti in pagine ingiallite o pareti ammuffite. Infatti molti sorridono del valore che io dò a cose “vecchie” che raccontano storie.

Ed eccomi alla casa nei Cech e alla sua storia.  Ci siete ancora? Noo? pazienza, io scriverò lo stesso.

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“Quindi siamo alla casa che è stata acquistata, utilizzata come “area attrezzata” per vacanza in camper, e poi nelle mani di progettisti, muratori e desideri.

Entriamo in cucina? noi la chiamiamo ora CUCINA, ma nelle case dei nostri paesini, ancora quando io ero bambina, la cucina era la CASA. Sì, la casa era il locale dove si trascorreva la maggior parte della giornata, dove si soggiornava, si mangiava, si facevano i compiti, si ricevevano gli amici, si leggeva il giornale…
Quindi eccoci in “casa”, il centro della vita di allora, dove oggi principalmente si cucina, e infatti è chiamata cucina.

Mostrerò alcune immagini di come era prima della ristrutturazione e dopo.

Si possono notare molte differenze: la tinta delle pareti, molto colorate prima, i soffitti in legno tinteggiati a tempera come le pareti, che si scrostavano molto. E dopo i lavori di sistemazione ecco alcune travi mantenute, ma ripulite e valorizzate nella loro tinta naturale. Abbiamo cercato di mantenere diverse testimonianze della precedente vita: il grande camino, il lavandino di cemento costruito sul posto e sistemato nella rientranza della finestra, le travi sopra alle porte, il tavolo giallo in formica, le sedie in legno… certo tutto ripulito e restaurato, con molto lavoro (anche fatto da me). La lampada saliscendi recuperata nei mercatini, con filo intrecciato che corre sulla trave, le piastrelle esagonali trovate in un fondo di magazzino che sostituiranno il vecchio cemento lavabile…

Dunque entriamo?

Il portoncino che ci porta all’interno, passando dal terrazzino e arrivando, una volta, dai prati e dalle stalle, è collocato al muro con dei grossi cardini, munito di chiavistello e catenaccio, era robusto ma lo abbiamo sostituito con una porta a vetri per dare più luce al locale, lo rivedremo in gran forma in un altro luogo della casa dove non deve entrare la luce!

Ora, da questo lato si arriva con una comoda strada asfaltata mentre prima c’erano solo sentieri, quindi questo è diventato l’ingresso di casa.

La finestra della cucina, con l’inferriata e lo scuro, era posta sopra al lavandino a cui era poi stato aggiunto il prezioso rubinetto dell’acqua corrente, impedendone però la comoda apertura. Nella ristrutturazione abbiamo quindi modificato la finestra con l’aggiunta di un vetro fisso per dare spazio al rubinetto e tolto scuro e inferriata per aumentare la luce. Il lavandino è allo stesso posto, un po’ basso per lavare i piatti, ma da vedere è molto tenero e retrò

L’arredo principale della cucina di un tempo era la credenza, insieme al tavolo naturalmente, poi è arrivata la “cucina all’americana” con elettrodomestici sempre più numerosi.

Al centro il grande tavolo di legno coperto da formica gialla è rimasto col suo luminoso piano di appoggio che è tanto piaciuto all’arredatore. Abbiamo cercato di mantenere l’atmosfera della cucina contadina di un tempo, rendendola più funzionale e gradevole.

Il posto sicuramente più importante è occupato dal grande camino su cui si legge la data di costruzione, posteriore a quella della casa, il 1928. In quegli anni era questo il modello ricorrente, infatti si trova in molte abitazioni della zona. Abbiamo voluto mantenerlo, convinti anche del suo buon funzionamento, purtroppo invece il tiraggio non era ottimale e abbiamo usato questo spazio per sistemare una stufa. Mi piace molto questa soluzione: salva la storia, crea un vano più sicuro per contenere questa fonte di calore ed è un’ importante scenografia allo spettacolo creato dalla fiamma, oltre ad avere una nuova canna che aspira il fumo e non fa ricadere la fuliggine all’interno.

Un secondo portoncino, che una volta serviva proprio come principale accesso alla casa, è ora sul retro della cucina e ci porta sulle scale che salgono sopra e scendono in cantina, oltre a far accedere agli stretti vicoli del paese. Ora il vicolo è stato chiuso, quindi lo spazio resta interno, come vano scale.

Usciamo a dare un’occhiata alla trasformazione del vano scale?
Questo spazio è cambiato molto, nonostante si sia conservata tutta la struttura, compreso il muretto a riparo della scala che scende in cantina, ma lo vedremo in seguito.

Alla prossima puntata

 Una casa nei Cech (3)

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Scritto, documentato e pubblicato da

Maria Valenti/Alicemate  ^_^

I dodici mesi con i personaggi di ATTILIO

Sono tornati a rivivere i libri della collana “dodici mesi” di Attilio, riscuotendo un grande successo dalla mia nipotina quando aveva poco più di un anno… quindi li ho rivalutati e ho cercato ovunque i quattro libretti che mi mancavano, ma non sono riuscita a trovarli e fornire altri racconti alla piccola Viola.
Nella foto li vedete tutti, ma i quattro con la copertina bianca e il titolo in corsivo, non li abbiamo, non sono più in commercio, ho trovato a fatica anche le foto di copertina.

Samuele è il nome del coniglietto, un personaggio di questi simpatici raccontini che vogliono caratterizzare ogni mese dell’anno. Vi cito Samuele perchè è il nome di mio figlio, il papà della piccola Viola, e la curiosità è che proprio a lui furono regalati questi libretti, all’età di cinque anni, perchè erano il filo conduttore della didattica del suo anno di Scuola Materna. Le sue maestre Betta e Carla ideavano scenette, cartelloni e osservazioni su questi spunti. Un problema era che il bimbo Samuele non amava essere abbinato al coniglio Samuele, ma non è stato grave, il personaggio era positivo e presto la serenità è tornata assieme all’allegra compagnia dei personaggi di Attilio.

Una pagina della storia del mese di marzo, dove la sorellina Martina aveva poi personalizzato con i suoi contributi artistici:

Non sarebbe una bella idea utilizzare le storie di Attilio in classe Prima, alla Primaria? per ritmare il passare dei mesi e dare sistemazione storica e matematica ai nostri 12 mesi? E lo stimolo per imparare a leggere?

Si potrebbe a questo scopo costruitre un grande cartellone, magari senza colori, e dare le tinte alla copertina interessata lungo il mese del racconto e del suo scorrere!

Questo potrebbe essere il cartellone, a colpo d’occhio si contano i mesi già dai primi giorni di settembre, e a fine anno scolastico si ha memorizzato posto, nome, caratteristiche… e si sa leggere, raccontare, e discutere intorno a molti contenuti. 😉

Scritto e pubblicato da

Maria Valenti/Alicemate (nonna, mamma, maestra e blogger)

e grazie a mamma Ely per la sua partecipazione ^_^

 

Articolo successivo: Libri di Attilio: edizioni a confronto

La Mole Antonelliana

Un piccolo omaggio alla Mole Antonelliana, utilizzando una nuova applicazione:

Ho creato questa velocissima presentazione utilizzando le foto scattate a Torino una decina di giorni fa, e chiudendo con la foto del modellino, che avevo già a casa. Il povero modellino è un po’ bruttino, non so chi lo abbia portato in casa, non io perchè la Mole ancora non l’avevo vista, e non è nemmeno stato lui, il modellino, a invogliarmi ad andarla a vedere a Torino. Infatti, come vedete, il modellino è senza punta, quindi gli manca quello slancio verso il cielo che il progettista Antonelli aveva tanto cercato, e che incanta molti visitatori.

Che dire? Sarà opportuno procurarsi un nuovo modellino, che sappia meglio rappresentare questo “puntale” che era tanto piaciuto anche a Nietzsche da paragonarlo al suo Zaratustra, ma leggiamo direttamente dalle sue parole, nella lettera all’amico Heinrich Koselitz del 30 dicembre 1888.
[…]
“Prima sono passato davanti alla Mole Antonelliana, l’edificio più geniale che forse sia mai stato costruito – stranamente, non ha ancora un nome – in virtù di una spinta assoluta verso l’alto – non rammenta niente di simile eccettuato il mio Zarathustra. L’ho battezzata Ecce homo, e mentalmente l’ho circondata di un enorme spazio libero.”

Un’altra curiosità sul grande filosofo tedesco e la Mole Antonelliana ce la scrive il suo biografo Anacleto Verrecchia, secondo cui Nietzsche  amava pranzare nei dintorni dell’alta costruzione torinese per poter godere dei suoi influssi benefici.

(Anch’io ho mangiato il mio “vitello tonnato con effetti benefici”)

Un po’ di storia, di numeri, di cronaca e mistero intorno alla Mole? La mia specialissima guida Marti, durante la visita della città che la ospita ci ha spesso parlato di magia bianca e magia nera, che coinvolge e interessa diverse città, e anche Torino.

1863-1869: da 47 a 70 metri

La Mole era stata inizialmente concepita come nuovo tempio israelitico di 47 metri di altezza. A 70 metri si decide di fare un tetto perchè già troppo alta per la richiesta della comunità ebraica, che poi lascerà al Comune la costruzione e ne farà progettare un’altra più adeguata:

1873-1889: dal Tempietto al completamento della guglia e Genio Alato (Angelo): 167,35 metri

Antonelli riprese quindi in mano il progetto nel 1873, sempre con una serie di modifiche in corso d’opera, aggiungendo il “Tempietto”, ovvero un colonnato a due piani, a base quadrata e che riprende lo stile del pronao della base. Dai 90 metri in su ruppe quindi il tema architettonico a base quadrata, progettando un colonnato in granito a base circolare, chiamato la “Lanterna“. L’architetto ideò anche il disegno di una guglia di circa 50 metri sovrastante la Lanterna, di sezione ottagonale e intervallata da dieci terrazzini circolari, via via sempre più piccoli. L’architetto ipotizzò di terminare la guglia con una stella a 5 punte, uno dei simboli d’Italia, ma poi optò per una statua raffigurante un “Genio Alato“, uno dei simboli di Casa Savoia. Il Genio, fatto di rame sbalzato e dorato, pesava circa 300 kg, e aveva in una mano una lancia e nell’altra un ramo di palma. Sulla sua testa fu deciso di mettere una piccola stella a cinque punte sorretta da un’asta. In tal modo, la statua raggiungeva un’altezza totale di 5,46 metri. Con la posa finale del “Genio Alato”, l’edificio raggiunse un’altezza complessiva di 167,35 metri, quota, all’epoca, mai raggiunta da qualsiasi costruzione in muratura d’Europa e del mondo e, per tal motivo, fu soprannominata Mole.

Cronache degli “incidenti” e successivi interventi alla Mole

11 agosto 1904 Cade “Il genio alato”

L’11 agosto 1904. Torino è avvolta da un violentissimo nubifragio. Tra lampi e tuoni, improvvisamente un boato più forte: un fulmine ha colpito la Mole Antonelliana, provocando il crollo della statua posta sopra la guglia. Da quel violento temporale, la fisionomia dell’edificio non fu più la stessa: il genio alato, dopo esser crollato a causa del fulmine, fu sostituito da quella che oggi è la stella a cinque punte che tutti conosciamo. Oggi il genio è custodito all’interno della Mole.

23 maggio 1953 Il crollo della guglia

Il 23 maggio 1953, su Torino si abbatte un terribile temporale. Poi, proprio come nel 1904, un boato devastante fa tremare le pareti delle abitazioni di mezza città: la Mole si è spezzata, ancora una volta. A cadere a terra, incredibilmente senza provocare nessun morto, non è la stella ma una parte della guglia. 400 tonnellate di mattoni si abbattono sul giardino della Rai, in quel momento vuoto. Da quel giorno la Mole Antonelliana venne rinforzata e costruita senza l’utilizzo dei mattoni, perdendo così il primato d’edificio in muratura più alto d’Europa. Un record che ai torinesi interessa ben poco: l’importante è non vedere mai più la Mole «decapitata»

(testi tratti dal Diario di Torino del 2016)

Storia, mito e mistero

TAURIEL: L’ANGELO PROTETTORE DI TORINO

 

 

Ancora prima del sorgere di una capanna, Tauriel proteggeva Torino e custodiva il nodo di energia che sorgeva dalla terra nel punto dove i due grandi fiumi, Po e Dora, si incrociavano. Ci fu un periodo in cui Tauriel prese corpo grazie a Costanzo Antonelli svettando nel punto più alto di Torino sulla Mole Antonelliana. L’angelo, che Antonelli chiamò il “genio alato”, di rame dorato era alto quattro metri e pesava sei tonnellate; nella mani portava il giavellotto, l’arma che permette al messaggio divino di penetrare il cuore e la mente dell’uomo e la palma simbolo di vittoria.
I piedi posavano su un piedistallo ornato con lo stemma torinese con il toro rampante, ed era ornato da cornucopie straboccanti di fiori e frutti, simbolo di abbondanza e prosperità.
Nell’agosto del 1904, durante un terribile uragano, l’angelo probabilmente colpito da un fulmine, cadde a testa in giù rimanendo miracolosamente sospeso per un piede e i danni fortunatamente furono circoscritti.
La guglia della Mole Antonelliana venne rifatta, si decise di eliminare l’angelo e al suo posto fu issata una stella a cinque punte di quattro metri di diametro creata da Ernesto Ghiotti.
La Mole per i cultori di esoterismo ha i suoi lati oscuri come la base piramidale e una guglia altissima che come una sorta di antenna catalizza l’energia che capta dal Cielo e aspira dalla Terra.
Ed anche intorno all’angelo si snodano credenze di prodigi, come la sua caduta, dato che dopo la folgorazione la statua rimase in bilico sul terrazzo sottostante senza cadere al suolo e senza provocare alcuna vittima.Tauriel è rimasto esposto per un breve periodo nell’atrio della Mole, attualmente si trova nel Museo del Cinema
(informazioni tratte da qui)

L’anima esoterica della Mole

La Mole, per i cultori di esoterismo, ha i suoi lati oscuri.

A Torino, sempre a proposito di esoterismo e magia, bisogna ricordarsi che Tauriel non è l’unico genio alato edificato in città in quanto anche sulla sommità del monumento dedicato al Traforo del Frejus è presente il genio alato della scienza in bronzo.

Il monumento è collocato in piazza Statuto famosa soprattutto per la proclamazione dello Statuto Albertino (che le ha dato il nome) nel 1848, ma anche per la propria collocazione che la inquadra nei luoghi della Torino magica e occulta.

La piazza  sorge infatti sulla “vallis occisorum” una necropoli romana nella quale venivano sepolti i morti.

(notizie tratte da qui)

 

Schema della struttura (fonte Wikipedia), sintetizzata da me sull’immagine di un modellino.

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Quindi il modellino spezzato della mia Mole Antonelliana potrebbe ricordare la condizione della costruzione dopo il crollo del 1953.

Forse al modellino è rimasto un terrazzino in più.

Lorenzo Milani e Virginia Woolf: due Maestri!

“Troviamo quel che vogliamo trovare, troviamo quel che cerchiamo. Troviamo se cerchiamo.” (Lorenzo Milani)

Io ho trovato un grande maestro di “scuola” e una grande maestra di “lettura”. Il primo è il sacerdote Lorenzo Milani, scoperto da poco, la seconda è la scrittrice Virginia Woolf, scoperta da molti anni.

Se si fossero incontrati avrebbero senz’altro fatto una profonda, interessante, ironica e chiassosa conversazione. Si sarebbero stimati e insultati a vicenda, Lorenzo Milani lo avrebbe fatto direttamente dandole della privilegiata e viziata… lei solo in seguito, e ne avrebbe disegnato una figura potente e incapace di autocontrollo, adolescenziale forse, come aveva ai tempi definito anche il suo coetaneo James Joyce.

Entrambi di famiglia ricca e coltissima, crescono in ambiente ateo, viaggiano e conoscono lingue e culture diverse

Entrambi conducono scelte di pacifismo e di promozione di giustizia sociale. Lui dedica la vita alla professione del Vangelo, si dedica ai poveri e alla loro elevazione attraverso la parola, lei si dà alla scrittura come parola capace di raggiungere tutti, e alla sua missione/professione si dona completamente.

I libri che li hanno resi famosi sono rivoluzionari: per Virginia una rivoluzione nel modo scrivere, utilizzando il monologo interiore. Per don Milani e la scuola di Barbiana, sarà un messaggio rivoluzionario su come fare scuola!

Ma il momento in cui ho colto il collegamento fra i due grandi maestri è stato quando ho trovato questo pensiero di don Milani, in una lettera del 1958  indirizzata a don Divo, un suo stimato insegnante di seminario, riferendosi alla sua massima occupazione (che lui stimava occupasse il 99% del suo tempo), LA SCUOLA:

“Non penso che al Giudizio (Universale) la mia scuola mi verrà scritta dalla parte dei meriti, ma son convinto invece che essa mi verrà scritta dalla parte delle opere che hanno già avuto il loro premio. Immense gioie, amicizie, affetti duraturi.”

Era lo stesso concetto che la scrittrice Virginia Woolf scriveva nel breve saggio “Come leggere un libro”(1925), ma invece di essere legato al fare scuola era legato alla lettura:

“A volte ho sognato che arrivato il giorno del Giudizio in cui tutti saranno pronti a ricevere i loro premi, il Signore si girerà verso Pietro e gli dirà, non senza una certa invidia, quando ci vedrà entrare con i nostri libri tra le braccia: “Guarda, costoro non hanno bisogno di premi. Non abbiamo nulla per loro. Loro hanno amato leggere.”

Entrambi quindi ritengono che la loro vita sia già stata “un Paradiso”.

Io sono stata maestra per “professione” e lettrice per bisogno e conforto. Così, da eterna scolara di letture a maestra quotidiana di bambini, eccomi incapace a rinunciare alla continua condivisione di quello che ritengo interessante. Lo faccio con gioia ed è per me un paradiso in terra? Certo leggere è una gioia, comunicare agli altri una seconda gioia, quindi la mia condizione potrei definirla

“UN PARADISO”?

Certamente lo è oggi. In passato la mia è stata una vita alla ricerca del tempo per leggere e alla ricerca e mediazione fra la scuola che avrei voluto e quella che ho potuto fare. Comunque mi considero premiata a sufficienza e non ritengo di aver alcuna pretesa ulteriore.

scritto, ragionato e firmato da

Maria Valenti (maestra e lettrice)

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Bibliografia citata:

L’obbedienza non è più una virtù, Lorenzo Milani

Le tre ghinee, Virginia Woolf

Lettera a una professoressa, Scuola di Barbiana (con regia di don Milani)

La signora Dalloway, Virginia Woolf

Perché mi hai chiamato? Lettere ai sacerdoti, appunti giovanili e ultime parole, Lorenzo Milani (a cura di Michele Gesualdi)

Come leggere un libro, Virginia Woolf

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Per approfondire, biografie di:

Lorenzo Milani  (Firenze, 27 maggio 1923 – Firenze, 26 giugno 1967)

e Virginia Woolf   (Londra, 25 gennaio1882 – Rodmell, 28 marzo1941)

A Firenze e dintorni: chiese e luoghi di vita con Lorenzo Milani

Tre giorni in giro per vedere luoghi di vita e… chiese. Certo anche le chiese sono luoghi di vita, e quanta vita racchiudono e raccontano, ma spesso noi conosciamo solo quella degli artisti e dei loro ricchi e potenti committenti. Con la lettura di Esperienze pastorali di don Milani invece, la chiesa sa di gente che non capisce il latino della messa, non capisce le prediche, va alle funzioni perchè si deve, per paura, obbedienza, abitudine, tradizione; gli uomini in fondo con vergogna, le donne davanti con pia partecipazione, i bambini per imparare il catechismo!

I luoghi di vita che mi hanno attirato in particolare sono quelli di don Lorenzo Milani, un prete che mi ha colpito in questi ultimi mesi per come scriveva, per come pensava, per come ha vissuto con i suoi pensieri e le sue parole! Una persona che ha cambiato radicalmente il suo percorso di vita, pare ne abbia vissuto due differenti, con due Lorenzi: una fino a 20 anni e l’altra per altri 24 anni. Una vita breve: 44 anni.

Insomma si parte, con in testa i libri e le stupende lettere scritte da Lorenzo Milani (e naturalmente la mappa di Firenze)

Vedo in “Esperienze pastorali” le strade di Calenzano, la chiesa di san Donato, le contrade in colle, in piano, le botteghe, le vie, la piazza dove va a conoscere la sua gente, a capire perchè non frequenta i sacramenti di cui lui è tanto innamorato e bisognoso, da abbandonate tutto per seguire Gesù… e la sua scuola serale su nei locali della canonica dove riesce poi a riunire cattolici e comunisti, scartando senza pietà i borghesi benpensanti. E le storie raccolte sui campanilismi delle due chiese presenti nel borgo di Calenzano: San Donato e San Niccolò (qui).

Nel breve scritto “L’obbedienza non è più una virtù” dove è protagonista il coraggio, il coraggio di sfidare il mondo intero perchè lo voleva migliore per e con i suoi ragazzi!

E in “Lettera a una professoressa” dove la sua scuola lascia un segno e una guida a giovani e maestri tutti!

E le Lettere, che scriveva a tanta gente, alla mamma, a colleghi, amici, giornalisti, ai suoi ragazzi in giro per il mondo… le lettere sono formidabili, rendono Lorenzo vivo, presente, sìncero, arrabbiato, dolce, ironico, sempre simpaticamente vivace. Mi pare di poterlo vedere girare per le strade, chiacchierare sui gradini della lunga gradinata del sagrato di Calenzano, sfrecciare sulla bicicletta in Firenze per andare dalla mamma, dal vescovo, ma in particolare dal suo padre spirituale don Bensi, un prete fiorentino, gioviale e affezionato al suo faticoso e brillante”monello”.

Ma a Barbiana tutto parla di lui e del lavoro fatto per anni per portare i più poveri ad avere la parola e la dignità di una vita umana!

Tutto questo potrebbe non essere vero, non essere possibile, potrebbe essere esagerato, romanzato, mitizzato… Invece no, tutto è successo, possiamo ancora avere speranza nel valore degli uomini!

(Alcuni nostri scatti: cliccare su una foto e scorrere la galleria)

Abbiamo così girato fra piazze e chiese, trascurando i giardini a causa della pioggia.

La prima Chiesa della galleria ha visto un giovane don Lorenzo (24 anni) alla sua prima esperienza pastorale, le ultime foto sono della Chiesa dove ha concluso i suoi anni come Priore, muore a 44 anni e sarà sepolto per suo volere nel piccolo cimitero di Barbiana.

Fra le chiese di Firenze, sua città natale, residenza di nonni e bisnonni paterni, città dove ebbe la vocazione, la prima formazione alla religione cattolica… possiamo ricordare che compì gli studi teologici nel seminario di Firenze, ricevette l’ordine in Duomo e spesso tornò a Firenze per trovare la madre, il suo padre spirituale e per rispondere alle chiamate del suo vescovo.
Don Milani morì anche a Firenze, in casa della madre per essere curato negli ultimi mesi per una grave e dolorosa malattia.

Due campanili (e antichi campanilismi) di Calenzano

In viaggio sulle orme di don Lorenzo Milani, giunti a Calenzano (articolo qui) cerco con curiosità le due chiese protagoniste dei lunghi litigi documentati da don Milani nel suo libro “Esperienze pastorali” (il libro che tanto fece discutere fino al ritiro dal commercio da parte del S. Uffizio)

Mappa di Calenzano con le due Pievi

Ecco cosa scriveva don Lorenzo Milani a proposito delle due pievi di Calenzano: San Donato e San Niccolò
(cliccare per ingrandire e leggere)

Quindi una bella passeggiata ci porta da San Donato al Castello e ritorno attraversando la piazza del Comune in piano.

Cliccare su una foto per ingrandirla e seguire il passaggio da una pieve all’altra, senza pericolo di alcun tipo!

In auto: Firenze ci aspetta!


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