La figlia del Capitano

Ho letto questa storia, l’ho letta dopo il mio breve viaggio nelle “due capitali” russe dove, nella storica libreria di San Pietroburgo, ho acquistato questo romanzo di Aleksandr Sergeevič Puškin: La figlia del Capitano, per un regalino. Io, incuriosita, l’ho poi letto in una edizione della De Agostini del 1983 che avevo in casa: La figlia del capitano e altri racconti.

Trovare questo romanzo in italiano in questa bella libreria di San Pietroburgo è stato il “collegamento”, la motivazione che ha stimolato la lettura, oltre a scoprire dalle innumerevoli piazze, vie, statue dedicate a questo poeta, quanto Puškin sia ancora amato e onorato.

cosacco Pugačëv

Aleksandr Puskin

Questo breve romanzo storico pubblicato nel 1836 mi ha mostrato una realtà lontana ma di cui avevo già sentito narrare in canti e fiabe popolari: guerre civili russe condotte da coraggiosi ribelli contro armati eserciti imperiali, rivolte combattute per la libertà, la vita e la terra. Nobiltà e ricchezze calcolate sul numero di uomini posseduti, una terra di servi fedeli a padroni assoluti che avevano in alto onore i valori del  loro rango e la fedeltà verso il loro sovrano. Insomma una gerarchia molto rigida e difficile da modificare.

Ecco nel romanzo citare i tartari, apparire i cosacchi, i baschiri, i kirghisi, popoli nomadi e coraggiosi a cavallo nelle steppe e sotto le loro tende, ecco le guarnigioni imperiali a difesa di fortini sperduti ai confini della grande Russia. Tutto nel romanzo ci viene presentato come un’avventura rocambolesca, dove i sentimenti e le passioni sono forti, ma sono anche veri, sono relamente esistiti i personaggi principali, ci sono le città, i giardini, le bufere, la storia, ambientata alla fine del Settecento al tempo di Caterina II, è storia vera.

Ecco la zarina Caterina II nel Castello di Puskin di cui ho scritto nel precedente articolo, lei ci appare proprio lì, in quel luogo dorato, e proprio lì si conclude il romanzo, dove Mar’ja, la protagonista femminile giunge a cercare la grazia per il suo giovane tenente Pëtr condannato per  alto tradimento, in seguito all’accusa di aver complottato con il capo della rivolta Pugačëv.

Trovate in pdf le ultime 4 pagine del romanzo dove potete leggere la parte ambientata nel Palazzo di Caterina:

ultime 4 pagine La figlia del capitano

Alcune belle immagini dalla miniserie televisiva del 2012 tratta da La figlia del Capitano di Puškin:

Se volete vederlo lo trovate in due episodi su Rai Play

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Scritto e pubblicato da

Maria Valenti/Alicemate

 

A San Pietroburgo

Ecco, a San Pietroburgo ci sono finalmente stata!

Quanto l’ho pensata, spiata sulle foto, immaginata nelle descrizioni di grandi scrittori.

Procedevo sui passi di personaggi vissuti nei palazzi, nei caseggiati, lungo viali e fiumi, o negli spostamenti dei protagonisti di romanzi, che confusi, adirati, tormentati, stanchi o innamorati si fermavano sui ponti, nelle piazze, nei giardini, nei locali del porto…

Chi subisce condanne a morte, chi si ubriaca, chi muore di malattia e miseria e chi uccide per fare giustizia, chi per amore…

Una città costruita da uno Zar per diventare la sua dimora e la capitale del suo grande stato, quindi un luogo dove tutti potessero riconoscere grandezza e bellezza.

Una città magica perchè incredibilmente nata da malsane paludi, perchè nordica e freddissima nelle lunghe notti invernali, ma calda e luminosa nelle sue notti bianche e magica nei giardini, ponti levatoi, canali, colori e luccichii…

Bene, ora ci sono stata, ci sono stata velocemente da turista e ancora devo fare ordine e trovare conforto e sostegno ai miei pensieri confusi e immaginativi. La realtà non ha superato la fantasia, ma l’ha nutrita di nuove forme, ha arginato e allargato i confini, ha rasserenato le visioni e spinto a nuove ricerche e riflessioni.

Mi conforta l’avela vista anche per poco, avrei voluto sentirla e ascoltarla di più… è stato super anche così!

Parecchi anni fa nacque la mia voglia di vedere la grande città russa, e fu incontrando la scrittrice e psicoanalista Lou Salomè.
H.F. Peters, in Mia sorella, mia sposa. La vita di Lou Andreas Salomè, scriveva:

“Anche nella claustrale solennità del Palazzo di Stato Maggiore [di San Pietroburgo], Lou sentiva l’eccitazione rivoluzionaria del tempo. Le sue aspirazioni alla libertà personale, le sue idee poco ortodosse circa i rapporti fra i sessi, il desiderio di ottenere una preparazione universitaria, tutto era influenzato dal mondo russo che la circondava, a dispetto di tutti gli sforzi che la sua famiglia faceva…”

 

Della visita al ricchissimo museo dell’Ermitage (Il mattino del 28.05.2019), qualche fugace emozione :

Però, però questa bellissima esposizione dell’Ermitage è collocata in altrettanto preziosi palazzi, a partire dal Palazzo d’Inverno, reggia degli Zar di Russia, quindi, quindi io mi distraevo dall’ascolto di Alexandra che ci parlava delle diverse correnti artistiche, di quell’ombra nel viso, o nelle pieghe della camicia, della storia delle esigenze di tranquillità delle zarine…

e mi capitava di guardare dalla finestra, godere la luce delle stanze e prendere spunto dai disegni del legno dei pavimenti…

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Scritto, documentato e pubblicato da

Maria Valenti/Alicemate  ^_^

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Alla prossima con:

– San Pietroburgo sull’acqua

 

 

Un biglietto creativo e personalissimo

“MAESTRI DI NOME E O DI FATTO”

Fra i miei regali preferiti di compleanno ci sono i biglietti di auguri, personalissimi! Poi il silenzio, il riposo, le attenzioni, le dolcezze, e tutte le sorprese poco impegnative 😉

Ecco il biglietto personalissimo che ho ricevuto oggi: tridimensionale, analogico, matematico, laboratoriale, manuale e informato, storico, pedagogico, filosofico…

che dire “ingegneristico?!

Dunque proviamo ad aprirlo?

Partendo dal centro si aprono gli anelli concentrici, di diverso colore e dimensione, ma stessa forma e superficie, e in ognuno si legge una data che mostra il periodo di vita di importanti personaggi, di chi?

 

Comincio dal primo biglietto in centro e li leggo uno ad uno mascherando una buona dose di commozione:

(cliccate sull'immagine per ingrandire e leggere)

Ecco i rettangoli/biglietti a formare una piramide “collegata” anche dallo stelo disegnato:

E sul pc un file con le foto del laboratorio fatto, come sa apprezzare una vecchia maestra che ama documentare e condividere:

biglietto 20.02.19

Un caro abbraccio alla creatrice e ai collaboratori

dalla mamma/maestra Maria – Alicemate

Racconto del mercante (di Dostoevskij)

Dal romanzo L’adolescente” di Fëdor Dostoevskij (da pag. 384)

   (non adatto ai minori o a persone particolarmente sensibili)

. Si avvicinava infine spesso alla porta in quelle serate, venendo fuori dalla sua cucina, la cuoca Luker’ja, rimaneva ritta dietro la porta ad ascoltare Makàr Ivànoviè che raccontava. Versilov una volta la chiamò e la invitò a sedersi con noi. Questo mi piacque; ma da quella volta ella smise di avvicinarsi alla porta. Ognuno la pensa a modo suo!

Riporto qui uno di questi racconti a caso, unicamente perché è quello che ricordo meglio. È la storia di un mercante...

Il racconto del mercante (sintesi)

«Da noi, nella città di Afìm’evo, sentite che miracolo è avvenuto. C’era un mercante, si chiamava Skotobòjnikov, Maksìm Ivànoviè, ed era l’uomo più ricco di tutto il circondario. Aveva costruito una fabbrica di tessuti di cotone che dava da vivere ad alcune centinaia di operai e si era enormemente insuperbito. E bisogna dire che ormai egli faceva il bello e il cattivo tempo, le autorità stesse non lo ostacolavano in nulla e l’archimandrita gli era riconoscente per il suo zelo: donava grandi somme al monastero e, quando gli veniva l’estro, sospirava molto per la propria anima e si preoccupava parecchio per la vita futura. Era vedovo e senza figli… Aveva anche un debole per il bere e, quando si ubriacava…«”Lo so io”, diceva, ” La gente di qui è dissoluta; senza di me qui morirebbero tutti di fame, tutti quanti sono. Bisogna inoltre dire che la gente di qui è ladra: qualunque cosa vede, arraffa, non ha alcuna onestà.«Così parlava Maksìm Ivànoviè della gente di Afìm’evo; sebbene egli parlasse male, tuttavia c’era una parte di verità: erano sfaticati e indolenti.

«Viveva in quella stessa città anche un altro mercante, il quale morì; era un uomo giovane e scriteriato, fece fallimento e perse tutto il capitale. Egli maledisse Maksìm Ivànoviè fin sul letto di morte. Lasciò una vedova ancora giovane e cinque figli, che non aveva di che nutrire: l’ultima piccola proprietà, una casa di legno, se la voleva prendere Maksìm Ivànoviè in conto del suo credito. Allora lei mise i i figli tutti in fila, l’uno accanto all’altro, sul sagrato della chiesa; il ragazzo più grande aveva appena otto anni e le altre erano tutte bambine, una più piccola dell’altra, tra le quali correva un anno di differenza; la maggiore aveva quattro anni e la più piccola la portava ancora in braccio e la allattava. Finita la messa Maksìm Ivànoviè uscì e tutti i bambinelli si misero in ginocchio in fila davanti a lui, come lei aveva loro insegnato, e congiunsero tutti quanti le manine, mentre lei col quinto bambino in braccio, davanti a tutti, gli si inchinò fino a terra: “Bàtjuška, Maksìm Ivànoviè, abbi pietà di questi orfani, non portar loro via l’ultimo boccone, non cacciarli dal nido natio!”. E tutti quelli che erano lì si misero a piangere, tanto bene ella li aveva ammaestrati. Pensava: “Davanti alla gente egli si vergognerà e ci risparmierà, renderà la casa agli orfani”; le cose, tuttavia, non andarono così. Maksìm Ivànoviè si fermò e le disse: “Tu, giovane vedova, vuoi un marito e non piangi per gli orfanelli. Il defunto mi ha maledetto sul letto di morte”, e andò oltre e la casa non gliela rese. “Perché imitare le loro sciocchezze (ossia, esser con loro indulgente)? Se facessi loro del bene si metterebbero a biasimarti ancora di più…

«Si mise a gemere la madre, ma lui cacciò gli orfani dalla casa… Dapprima l’aiutarono, poi andò a cercar lavoro. Soltanto che da noi, a parte la fabbrica, quale lavoro volete mai che ci sia; da una parte lavava i pavimenti, da un’altra sarchiava l’orto, dall’altra riscaldava il bagno e sempre col bambino in braccio e piangendo, mentre gli altri quattro in camiciola correvano per la strada lì accanto. La vedova pensa: “Dove vi riparerò quando verrà l’inverno… Solo che non attese fino all’inverno. Dalle nostre parti c’è una tosse, la tosse asinina, che passa da un bambino all’altro. Dapprima morì la bambina in fasce, dopo di lei si ammalarono anche gli altri e in quello stesso autunno si portò via una dopo l’altra tutte e quattro le bambine.

«Le rimase in vita soltanto il ragazzo, il maggiore, Era gracile e delicato. Lo portò alla fabbrica, mentre lei si impiegò come balia in casa di un impiegato.Solo che una volta il ragazzo stava correndo nel cortile, quando a un tratto arrivò su una pariglia Maksìm Ivànoviè come a farlo apposta ubriaco; e il ragazzo, sbadatamente, scivolò correndo giù per le scale e andò a sbattere proprio contro di lui mentre scendeva dal calesse. Egli lo afferrò per i capelli e si mise a urlare: “Di chi è figlio? Le verghe! Frustatelo, dice, immediatamente, davanti a me. Frustatelo finché non smetterà di gridare!”. Non smise di gridare finché non rimase tramortito del tutto. Allora smisero di frustarlo e si spaventarono: il ragazzo non respirava e giaceva privo di sensi. Si spaventò anche Maksìm Ivànoviè: “Di chi è figlio?”, domandò; glielo dissero. “Guarda un po’! Riportatelo alla madre; cosa ci faceva qui in giro per la fabbrica?” Col ragazzo le cose si erano messe male: si era ammalato, giaceva in un angolo nella camera della madre; lei a causa di ciò aveva dovuto lasciare il suo lavoro in casa dell’impiegato ed era risultato che aveva una polmonite. Lui si aspettava che la madre presentasse denuncia e, per orgoglio, taceva; solo che la madre non osò sporgere denuncia. Egli allora le mandò quindici rubli e un medico; e non perché avesse paura di qualcosa, ma così, perché aveva riflettuto.

«Passò l’inverno e Maksìm Ivànoviè di nuovo domanda: “Che ne è di quel ragazzo?” “È guarito, sta con la madre; lei va sempre a lavorare a giornata”. Quel giorno stesso Maksìm Ivànoviè si recò dalla vedova: “Ecco”, le dice, “onesta vedova, voglio essere un vero benefattore per tuo figlio e colmarlo di favori: da ora in poi lo prendo in casa mia. E se egli mi compiacerà un po’, gli lascerò per testamento un capitale sufficiente; se invece mi compiacerà in tutto lo posso nominare erede di tutto il mio patrimonio alla mia morte, come se fosse mio figlio carnale, a patto però che vostra grazia non favorisca in casa mia, tranne che nelle grandi feste. «Maksìm Ivànoviè lo rivestì come un signorino, assoldò un maestro e da quel momento stesso lo mise davanti a un libro; e la cosa arrivò al punto che non lo perdeva mai di vista e lo teneva sempre accanto a sé. Se appena il ragazzo si distraeva egli subito gli gridava: “Prendi il libro! Studia: voglio fare di te un uomo”. Ma il ragazzo era malaticcio, da quella volta che era stato battuto aveva cominciato a tossire. “Non sta forse bene con me?”, si meravigliava Maksìm Ivànoviè, “quando stava da sua madre andava in giro scalzo, mangiava croste di pane, come mai è più magro di prima?”. Ma il maestro gli dice: “Ogni ragazzo ha bisogno di giocare un po’, non di studiare sempre; deve fare del movimento”, e gli dimostrò tutto assennatamente. Maksìm Ivànoviè si sedette e gridò al ragazzo. “Gioca”, mentre quello davanti a lui a stento respirava. E si arrivò al punto che il bambino non riusciva a sostenere nemmeno la sua voce che subito si metteva a tremare. E Maksìm Ivànoviè si stupiva sempre di più: “Ma che razza di bambino è mai; io l’ho tirato fuori dal fango e l’ho vestito di drap de dame; va in giro in stivaletti di panno e camicia ricamata, lo tengo come il figlio di un generale, perché mai non mi porta affetto? Perché se ne sta zitto come un lupacchiotto?” Maksìm Ivànoviè si era affezionato a quel bambinetto tanto che non riusciva più a staccarsene. Egli non usò mai neppure una volta la verga. Lo aveva spaventato, ecco come stanno le cose. Senza bisogno della verga lo aveva spaventato.

«Un giorno accadde un guaio. Una volta, appena Maksìm Ivànoviè uscì, il ragazzo abbandonò subito il libro e montò sopra una sedia (in precedenza aveva gettato una palla sopra un mobile) per riprenderla, ma la manica gli si impigliò nella lampada di porcellana che era posata sul mobile e questa cadde sul pavimento andando in mille pezzi, tanto che il rumore rimbombò per tutta la casa, si trattava di una cosa preziosa, una porcellana di Sassonia. Maksìm Ivànoviè, che era due camere più lontano udì e si mise a urlare. Il bambino si precipitò fuori a capofitto correndo perla paura, senza nemmeno lui sapere dove, uscì fuori sulla terrazza, attraversò il giardino e attraverso il cancelletto posteriore finì diritto sul lungofiume.

“Ah! – Maksìm Ivànoviè – Ecco dove sei! Prendetelo!” (Era così infuriato che era uscito lui stesso fuori di casa senza berretto per inseguirlo). Il ragazzo lanciò un grido, si lanciò verso l’acqua, si strinse entrambe le mani chiuse a pugno contro il petto, alzò gli occhi al cielo e giù nel fiume! La gente si mise a urlare, si lanciarono giù dalla zattera cercando di afferrarlo, ma la corrente era veloce e l’acqua lo trascinò via. Quando lo tirarono fuori era già affogato, era morto. «”Perché, sei rimasto così atterrito da questo bambino, della cui morte non hai neppure particolarmente colpa?”. «”Mi appare in sogno”, rispose Maksìm Ivànoviè. Maksìm Ivànoviè mandò anche a chiamare il maestro.«”Dipingimi un quadro, il più grande che ci sia, che occupi tutta la parete, e su di esso per prima cosa dipingi il fiume, la discesa e la zattera, e che ci siano tutte le persone che c’erano quel giorno. Che ci siano la moglie del colonnello e la bambina e quel famoso riccetto. E dipingimi anche l’altra riva tutta quanta, che si veda com’è: la chiesa, la piazza, le botteghe, e il punto dove son fermi i vetturini, dipingi tutto com’è. E lì, all’approdo del traghetto, dipingi il ragazzo, proprio sulla riva del fiume, in quel punto preciso, e che immancabilmente si stringa i due piccoli pugni così al petto.Non apriremo il cielo e non occorre dipingere gli angeli, ma farò scendere dal cielo un raggio, come in segno di benvenuto; un unico raggio di luce: sarà pressappoco la stessa cosa”. Maksìm Ivànoviè fu soddisfatto del lavoro ben fatto , ma non fece vedere il quadro a nessuno, bensì lo chiuse a chiave nel suo studio, lontano dagli occhi di tutti.Improvvisamente Maksìm Ivànoviè andò da quella stessa vedova e si inchinò davanti a lei fino a terra. “Madre, gemette, onesta vedova, sposa questo mostro, fa’ che io viva!”. Quella lo guardava più morta che viva. “Voglio che ci nasca un altro ragazzo e se ci nascerà vorrà dire che il ragazzo ci avrà perdonato entrambi, te e me. Mi ha ordinato così il ragazzo”l’archimandrita le sussurrò all’orecchio: “Tu puoi far nascere in lui un uomo nuovo”. Lei era atterrita. La gente si meravigliava di lei: “Come si fa a rifiutare una simile fortuna!”. Ecco come, alla fine, lui riuscì a piegarla. “Se invece mi sposerai ti faccio una solenne promessa: costruirò una nuova chiesa solo in eterna memoria dell’anima di tuo figlio suicida”. Di fronte a ciò ella non resistette e acconsentì. Così si sposarono.

E con grandissima meraviglia di tutti essi, fin dal primo giorno, presero a vivere in grande e sincera concordia. Ella concepì quello stesso inverno. Egli fece erigere la chiesa che aveva promesso e fece costruire in città un ospedale e un ospizio. Donò una grossa somma alle vedove e agli orfani e si ricordò di tutti coloro che aveva trattato ingiustamente con il proposito di risarcirli. I suoi discorsi si fecero pacati e persino la sua stessa voce mutò. Divenne ineguagliabilmente pietoso, persino verso gli animali.E quando maturò il tempo di lei, il Signore, infine, ascoltò le loro preghiere e mandò loro un figlio e Maksìm Ivànoviè distribuì molte elemosine, condonò molti debiti, invitò tutti al battesimo.

Invitò tutta la città, ma l’indomani egli si risvegliò scuro come la notte.”Aspetta – dice alla moglie – non era mai venuto per un anno intero e questa notte, invece, l’ho sognato di nuovo”. – “A queste parole terribili”, ricordava lei in seguito, “il mio cuore fu pervaso di terrore”.

«E non per niente il ragazzo gli era apparso in sogno. Appena Maksìm Ivànoviè parlò di questo, quasi, si può dire, in quello stesso istante, al neonato accadde qualcosa: improvvisamente si ammalò. La sua malattia durò otto giorni, pregarono, chiamarono i dottori, ma il bambino verso sera morì.

«Che accadde dopo questo? Maksìm Ivànoviè intestò tutta la proprietà alla cara sposa, le consegnò tutti i capitali e i documenti, fece ogni cosa per bene e come prescrive la legge, e poi si presentò davanti a lei e le si inchinò fino a terra: “Lasciami andare, inestimabile consorte mia, a salvare la mia anima, finché è possibile. Se trascorrerò il mio tempo senza profitto per la mia anima, non tornerò più indietro. Sono stato duro e crudele e ho imposto molti pesi, ma penso che per i dolori e i pellegrinaggi che mi aspettano il Signore non mi lascerà senza remunerazione. Si dice che ancor oggi compia i suoi pellegrinaggi e faccia penitenza, e che visiti la cara sposa ogni anno…».

Testo tratto dal romanzo L’adolescente” di Fëdor Dostoevskij e sintetizzato da Maria Valenti

Disegni di Maria Valenti

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Riflessioni personali:

Ciascuno di noi ha diritto al rispetto verso i sentimenti e i valori che possiede, ma ci vuole empatia e onestà per vederli.

Io ho colto questo, sia dall’episodio di Luker’ja che dalle vicissitudini dei personaggi del racconto.

E c’è molto altro.

Si può uccidere sia con l’indifferenza che con un amore possessivo ed esclusivo.

La beneficenza non è altruismo.

La paura può uccidere come una malattia.

Il denaro e la sapienza sono potenti, ma i buoni sentimenti sono rivoluzionari.

Quanta saggezza si può trovare in questo racconto popolare scritto da Dostoevskij nel suo romanzo “L’adolescente”

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Articolo di

Maria Valenti/Alicemate  ^_^

 

Per leggere tutto il racconto:
il racconto del mercante integrale

Una casa nei Cech (8) -la soffitta-

Nel romanzo di Dostoevskij “L’adolescente” troviamo la descrizione di una soffitta, dove il protagonista Arkadij, ormai diciannovenne, vive a Pietroburgo, in casa della mamma Sof’ja. (cliccate sulle foto sotto per leggere della soffitta)

Avete provato ad immaginarvi la soffitta descritta nel libro?

E cosa c’entra con la casa nei Cech lo avete capito?

Anche in questa nostra casa nei Cech abbiamo una soffitta, che in origine era un sottotetto adibito a fienile, in disuso per molti anni, ed ecco le prime misure per i lavori di intervento che trasformeranno questo piccolo spazio… in una “soffitta”da usare come stanza per un giovane”Arkadij”, che ospiterà anche la sorella “Liza”!

Dopo la vecchia scala ristrutturata (vedi qui), una nuova scaletta a chiocciola ci accompagna agevolmente alla soffitta. Ci accoglie un leggero armadietto foderato di “parole e immagini” di Virginia Woolf e sua sorella Vanessa.

Il locale è piccino, ma possiamo uscire sul terrazzino coperto; non c’è alcun tavolo di legno rozzo, ma due sedie sì, non di vimini bucato, ma di vecchio legno ritinteggiato di rosso o blu, anche se è opportuno preferire le brande, coperte da coloratissima lana lavorata dalle mani della nonna. E non abbiamo nessuna Lucher’ja che ci prepara il letto per la notte stendendo un lenzuolo sul divano coperto d’incerato e mettendo un cuscino: tutto è già predisposto! Ci attirerà sicuramente la vista della luminosa finestra, stiamo un po’ piegati come il padre Versilov nel racconto, per non battere la testa sulle travi, e non è solo un timore, ma la vista merita l’esercizio!
Che altro aggiungere, noi non abbiamo chiesto nessun compenso per l’uso di questo rifugio, ma non ci sembra neppure di poterlo definire una “cassa da morto” e di non dover quindi neppure pagare chi ci soggiorna e si riposa.
(Nelle foto la nostra soffitta, per ora!)

Vi siete trovati a vostro agio? Vi sono piaciute le due soffitte? Certo a San Pietroburgo si vive in città, una bella e ricca città, ma non bella e ricca per tutti!

Io conosco solo la soffitta nella casa del piccolo paese dei Cech, senza la nobiltà nè la schiavitù dei tempi di Dostoevskij!

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Scritto, documentato e pubblicato da

Maria Valenti/Alicemate  ^_^

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per continuare a leggere

Una casa nei Cech (9) -la camera-

Gennaio -L’omino di paglia-

Il racconto L’omino di paglia di Attilio Cassinelli, pubblicato da Giunti Editore, nella collana dodici mesi, l’ho trovato in biblioteca in una edizione del 1993. L’ho cercato nelle varie librerie ma risulta anche questo esaurito.

Anche in questo tenero racconto ci sono molteplici spunti da cogliere e approfondire, secondo l’età e l’attività che ci siamo prefissi di sviluppare, o seguendo le curiosità che possono nascere spontaneamente dai bambini stessi.

Si parte citando la migrazione degli uccelli in AFRICA, quindi avendo un mappamondo si potrebbe toccare la Terra che ha questo nome, facendo magari osservare che il sole in inverno le sta più vicino rispetto alla nostra Italia/Europa… per questo gli uccelli ci lasciano, alla ricerca del cibo che da noi non troverebbero più, ecc…

Si parla delle stagioni, e sempre girando il mappamondo attorno ad una lampadina, si potrebbe far intuire il succedersi delle quattro stagioni a causa dell’ inclinazione del nostro globo terrestre (vedi fig.1)

Si parla di alberi, del gelso spoglio… se vogliamo fare un po’ di scienze, potremmo utilizzare del materiale per giochi “scientifici”: foglie reali da toccare, annusare; la foglia montessoriana con le sua parti da comporre e denominare… (vedi fig. 2) ecc

Per italiano certo c’è l’ascolto, la lettura personale, quella espressiva a voce alta… e i valori comunicati sono “poetici”!

I disegni sono molto belli e chiari, possono stimolare la copiatura e la lettura per immagini, per i bambini che non hanno ancora appreso la tecnica della lettura.

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Per chi volesse leggerlo o farlo leggere ai suoi bambini (adatto indicativamente dai 3 ai 7 anni) metto il pdf che ho costruito, perchè questo libro non è più in commercio.

l’omino di paglia

Scritto, fotografato e pubblicato da

Maria Valenti/Alicemate

Lavoro dedicato in particolare alla mia piccola Viola che ama ascoltare e guardare le storie.

 

Come togliere “la Pietra dalla strada” (Dostoevskij)

LA PIETRA IN MEZZO ALLA STRADA

Arkadij e Versilov ascoltano

«Ah, eccoti», disse Versilov, tendendomi amichevolmente la mano senza alzarsi. «Siediti qui con noi; Pëtr Ippolìtoviè mi sta raccontanto una storia interessantissima a proposito di quella pietra, vicino alle caserme Pàvlovskie… o da quelle parti…»

«Senz’altro conoscevate quella pietra, uno stupido macigno in mezzo alla strada. Perché stava lì? A cosa serviva? Era soltanto d’intralcio, non è vero? Il sovrano passava di lì di frequente e si imbatteva sempre in quella pietra. Finalmente al sovrano la cosa venne a noia, e, effettivamente, era una vera e propria montagna, una montagna in mezzo alla strada, la rovinava: “Fate in modo che la pietra sparisca!” Che fare con quella pietra?

Tutti persero la testa; si convocò persino la Duma e, soprattutto, uno dei primi dignitari di quel tempo, al quale era stato affidato questo incarico. Questo dignitario interpellò varie persone: la cosa sarebbe costata non meno di quindicimila rubli, gli dicevano, e d’argento. “Come, quindicimila, che assurdità sono mai queste!”. Gli inglesi volevano posare delle rotaie e trasportar via il masso col vapore, ma quanto sarebbe venuto a costare? Allora non c’erano ancora le ferrovie, era in funzione soltanto quella di Càrskoe Selò…».

«Be’, ecco, si sarebbe potuto farlo a pezzi», feci io «Proprio così, farlo a pezzi, e proprio a quello approdarono, e precisamente Montferrand, che allora stava costruendo la cattedrale di Sant’Isacco. “Fatelo a pezzi” dice, “e portatelo via”. Certo, ma quanto costa una cosa simile?». «Bisogna installare una macchina a vapore e poi portar via dove? Una montagna di quella fatta? Ci vogliono diecimila rubli, dicevano, di meno non può costare; dieci o dodicimila rubli»

«Per l’appunto si fece avanti un borghese, e giovane, ancora, un russo, con una barbetta a punta, con un caffetano lungo fino ai piedi. Si limitava a starsene lì, questo borghese, mentre loro discutevano, gli inglesi e Montferrand, e questo personaggio incaricato della cosa, che era arrivato in calesse, li stava ad ascoltare e si stizziva che quelli discutessero tanto senza riuscire ad arrivare a una conclusione; e, a un tratto, nota che questo borghese se ne sta lì in disparte con un sorriso ironico, ironico, sissignore, cioè un po’ ironico, quel bonario sorriso russo, sapete… Be’, al personaggio, naturalmente, la cosa fece saltare la mosca al naso: “Ehi, tu, che aspetti lì? Chi sei?” – “Guardo, dice, il sassolino, vostra serenità”. “Allora, la porterai forse via tu la pietra? Perché ridacchi?” – “Ce l’ho soprattutto con gli inglesi, vostra serenità: chiedono un prezzo davvero esagerato, perché la borsa russa è grossa e loro non hanno nulla da mangiare a casa loro. Stabilite una ricompensa di cento rubli, vostra serenità, e per domani sera faremo sparire la pietra”. Be’, potete immaginarvi l’effetto che fece una proposta simile: gli inglesi, si capisce, avrebbero voluto mangiarselo, Montferrand rideva. Soltanto questo luminosissimo cuore russo fa: “Che gli siano dati cento rubli! Davvero, dice, ci riuscirai?”. “Per domani sera ce la faremo, vostra serenità”. “E come farai?”. “Questo, se vostra serenità non si offende, è un nostro segreto. La cosa piacque al personaggio: “Dategli tutto quel che chiederà!”.

E se ne andarono; «E voi, cosa pensate che facesse?» «Ecco come fece: ingaggiò dei contadini con dei picconi, di questi semplici contadini russi, e si misero a scavare proprio accanto al masso, a filo di esso, una fossa; scavarono tutta la notte e ne fecero una enorme, grande quanto la pietra, soltanto un palmo più profonda, e, quando l’ebbero scavata, ordinò di scavare a poco a poco e con cautela la terra di sotto alla pietra stessa. Be’, naturalmente, quando ebbero scavato abbastanza, alla pietra mancò il sostegno e cominciò a oscillare; allora loro si misero a spingerla dall’altra parte con le mani, così, gridando urrah, alla russa: e la pietra, patapum, giù nella fossa! Allora subito la ricoprirono di terra con i badili, pressarono la terra col mazzapicchio, la lastricarono di ciottoli, tutto liscio e il sassolino era sparito!».

«Pensate un po’! La gente, la gente che accorse, un’infinità! C’erano anche gli inglesi: da un pezzo avevano indovinato e si rodevano. Giunse Montferrand: questo, dice, è un lavoro da contadini, è troppo semplice. Ma proprio qui sta il punto, che è semplice, voi però non ci siete arrivati, stupidi che siete! Allora, vi dico, questo personaggio, un’alta carica dello stato, fece solo un “ah” d’ammirazione, lo abbracciò, lo baciò e gli chiese: “Di dove sei tu?”. “Vengo dal governatorato di Jaroslàvl’, vostra serenità, di mestiere noi, propriamente, facciamo i sarti, ma per l’estate siamo venuti nella capitale a commerciare con la frutta”. Ne giunse voce alle autorità; queste ordinarono che gli fosse data una medaglia e così se ne andava in giro con la medaglia al collo…

Questo aneddoto, letto nel romanzo “L’adolescente” di Fëdor Dostoevskij, mi fa pensare a come le persone semplici e concrete sappiano spesso superare quelle erudite, che si sono allontanate dalla quotidianità e le cui soluzioni sono diventate troppo complesse e costose, quindi spesso non più adeguate e attuabili.

Link al pdf del romanzo (a pag 198 l’aneddoto della pietra in mezzo alla strada):
http://www.writingshome.com/ebook_files/222.pdf

L’immagine dei coniglietti è del bloc-notes della Erickson per il Metodo Analogico su cui ho fatto gli schizzi del sasso.

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Letto, sintetizzato, illustrato e pubblicato da

Maria Valenti/Alicemate  ^_^

 

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