– Ma gli androidi sognano pecore elettriche?

Ma gli androidi sognano pecore elettriche?

di Philip K. Dick (1928-1982)

Strano come titolo? Direi , io l’ho letto non per questo, anche se la stramberia è una caratteristica che mi incuriosisce.. no, io l’ho letto perchè da questo romanzo è stato tratto il film “Blade Runner” di Ridley Scott che molti hanno apprezzato.

Beh, allora ho letto il libro, poi ho guardato il film…

Romanzo: CONSIGLIATO,  nonostante io di fantascienza… non abbia nè cultura nè coltura

Film: NO COMMENT, abbiate pazienza, fatico a dire qualsiasi cosa… si lascia guardare, non è il mio genere…

Adesso però vi riporterò alcune informazioni e riflessioni.

Perché il titolo del libro è così diverso da quello del film?
Perché il film non è riuscito a portare sullo schermo la parte più teorica, più profonda del romanzo, accontentandosi di sfruttare la forte trama  presente nella storia.

Intorno e dentro al romanzo

Siamo a San Francisco nel 1992 (il romanzo è stato scritto nel 1968).

Tutta la storia è vissuta in una lunga giornata  di gennaio in una San Francisco devastata da una  guerra nucleare.

La città trabocca di granelli di polvere radioattiva, tanto grigi da oscurare il sole, tormentando il naso con il suo odore cattivo; senza vederla si inspirava il fetore della morte…

Emigrate o degenerate, è l’appello impietoso delle autorità.

Fino a quando non si trova il coraggio di emigrare su Marte, un piccolo carico di sozzura contaminante riesce a filtrare nelle poche forme di vita ancora rimaste…

Massimo incentivo all’emigrazione, il servo androide era la carota, la pioggia radioattiva il bastone.

I modelli di androide, quanto a intelligenza, superavano in alcuni casi i loro padroni. Questi “droidi” sono nient’altro che sofisticati congegni bio-elettronici sempre più perfetti, dotati di esistenze plausibili e falsi ricordi, il cui desiderio è tuttavia tornare clandestinamente sulla Terra.

Rick Deckard è il poliziotto che ha il compito di individuare e “ritirare” questi scomodi figli della tecnogia umana, troppo simili ai loro creatori e quindi pericolosamente indistinguibili; l’unico particolare che li differenzia è la mancanza di empatia, cioè di consapevolezza e di partecipazione emotiva verso qualsiasi cosa. Almeno così sembra. Ma ad un certo punto questo equilibrio si spezza, quando Rick riceve l’incarico di ritirare, “terminare”,”eliminare fisicamente” un gruppo di replicanti particolarmente evoluti (equipaggiati con il Nexus 6) e… praticamente umani.

In un mondo in cui tutto muore, l’unico valore a cui quel che resta dell’umanità rimane tenacemente attaccato è proprio il senso empatico di condivisione dei sentimenti, ricreato e rafforzato artificialmente mediante le scatole del Predicatore Mercer, oppure attraverso la cura di animali elettrici, copie robotizzate di quelli veri ormai quasi del tutto estinti. Quello che l’Agente Deckard non può prevedere, che nessuno può prevedere è: se una pecora elettrica è sufficiente per affermare il proprio stato sociale o per ricreare artificialmente quello che prima del disastro radioattivo era un normale e comune sentimento dell’uomo, allora è possibile affezionarsi e forse amare anche un androide.

È una lunga giornata quella che aspetta il protagonista di questo romanzo, giornata in cui la realtà sembra disgregarsi in un mosaico confuso all’interno del quale i replicanti sembrano più umani, per certi versi, degli uomini veri e propri. Deckard perde a poco a poco la sua capacità di distinguere ciò che è reale da ciò che è artificiale: l’incontro con Rachael, androide senza saperlo, lo porterà alla scoperta di un nuovo e angosciante modo di essere “vivi”.

L’interrogativo di fondo è infatti: “cosa significa essere umani? La confusione di ruoli che ne deriva provoca una catena di pensieri in cui la stessa umanità viene messa in discussione: androidi che hanno paura ammirando per l’ultima volta “l’Urlo di Munch”; umani incattiviti e schiavi dei modulatori d’umore, senza i quali la sopravvivenza nervosa è impossibile; replicanti che, in una delle scene più crudeli del libro, si mettono a mutilare per curiosità un preziosissimo ragno vero; impiegati statali che sognano di arrivare a possedere una pecora viva al posto di quella elettrica, finta, che hanno sul tetto di casa. E, accanto a questi, la tenera figura di Isidore, contaminato, cervello di gallina, tuttavia con una sua altissima dignità; forse l’unico capace ancora di provare sentimenti come simpatia, compassione, amicizia. Isidore è il solo che ha il coraggio di ascoltare il “rumore del silenzio” Isidore rappresenta l’ultimo esempio di umanità perduta, capace di spegnere il televisore e cercare, faticosamente, un contatto reale.

I livelli di lettura di questo romanzo sono molteplici, da quello avventuroso-futuristico, perfetto per la trasposizione del film di Blade Runner, fino a quello mistico religioso.

Il denominatore comune, nell’universo sgretolato di Dick, è che tutto è falso, diverso da quello che sembra e che dovrebbe essere: gli androidi sono l’imitazione fasulla dell’uomo, a metà tra una nuova forma di schiavitù e una minaccia disumana per i loro stessi costruttori.

Anche la religione è un trucco, la verità religiosa da rivelare, la condizione della vita è essere costretti a fare le cose che ci vengono richieste, anche se sono sbagliate.

Fantascienza, sicuramente, ma la componente fantascientifica è, in ultima analisi, superficiale, un vestito duttile per rendere corporee le incertezze della psiche.

È curioso come gli aspetti marcatamente tecnologici del romanzo di Dick, antecedente all’era del computer, ne preannuncino alcuni aspetti verosimili e inquietanti: la empathy box (con schermo e manopole) – per connettersi in rete si potrebbe dire -INTERNET- che si insinua ad occupare il vuoto lasciato dalla vita tangibile, la creazione di un vero e proprio mondo alternativo virtuale che implacabilmente si fonde con quello reale fino a prenderne il posto.

Nel momento in cui Deckard si rende conto di provare pietà (e non solo) per gli androidi che deve eliminare, l’empatia esclusivamente umana si è dilatata e il salto è compiuto: il senso stesso dell’amore ne viene contaminato, e il possesso della donna androide Rachae, in uno slancio disperato e “contro natura” che lo porterà a tradire la sfinita e nevrotica moglie, rappresenta il culmine di questo processo.

I simulacri moriranno tutti, come vuole la legge, tranne Rachael, che sparirà nel nulla dopo aver ucciso la preziosa capra nubiana del suo amante che antepone l’animale sia alla moglie che a lei. Ma, quando la lunga giornata di Rick Dekard arriverà alla fine, la sua unica possibile consolazione sarà la ricerca di una qualsiasi forma di vita, reale o elettrica forse non importa, nella solitudine del deserto. La condivisione empatica della sua sofferenza con il resto del mondo è perduta, assieme alla certezza della propria identità e dei propri sentimenti e anche di un ultimo contatto umano con chi ne è stato escluso: persino Isidore, inorridito dal massacro finale, lo rifiuta.

All’eroe non rimane che tornare a casa,

e quel che resta dell’umanità proverà ancora a

SOGNARE.

 

“LA CAPRETTA è FEDELE.  E IN PIU’ HA UN’ANIMA LIBERA E NATURALE CHE NESSUNA GABBIA PUO’ CONTENERE”

che ne dite, carina questa presentazione???

della capretta intendo?   🙂

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18 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. nelda
    Mag 03, 2011 @ 22:16:46

    brrrrrr….che storia horror!!!! fa troppo pensare a ciò che potrebbe veramente accadere in questo mondo tecnologico. Mi pare infatti che sempre più spesso siamo incapaci di empatia. (opinione spero non condivisa). ciao ciao .nelda

    Rispondi

    • alicemate
      Mag 05, 2011 @ 16:58:42

      Tu metti la tecnologia in antitesi all’empatia? In che senso? Perchè come gli androidi del libro stiamo diventando delle macchine? O ti sembra che ci stiamo raffreddando con l’uso della tecnologia? Per me, chi non ha empatia non l’ha nè fuori nè dentro la tecnologia… Chi ce l’ha la utilizza nella realtà di tutti i giorni, che è fatta di relazioni reali e virtuali. Io spesso vedo e mi meraviglio continuamente della fatica che molti fanno a mettersi in reale contatto con gli altri, ma per reale non intendo guardandosi negli occhi e toccandosi, ma mettendo in gioco le proprie idee, i propri sentimenti, le proprie emozioni e non rimanendo sempre barricati dietro a difese e finzioni. Spesso parlare e confrontarsi anche in un blog è più empatico e ricco di sentimenti di un reale “caffè al bar”. Che dici?
      Meglio ancora sarebbe confrontarci, conversare seduti in un “Caffè” come i letterati di un tempo, ma chi lo può fare? Forse bisogna essere artisti e letterati!!!!!
      Empatia, poesia, divergenza… sono scomodi ma altrettanto sublimi. Ciao carissima!!!

      Rispondi

  2. Michael Blomkvist
    Mag 18, 2011 @ 19:56:56

    ahi ahi alice, sto proprio invecchiando… faccio fatica a seguire tutti i tuoi ragionamenti!!! come farò d’ora in poi? un saluto
    Michael

    Rispondi

  3. Michael Blomkvist
    Mag 19, 2011 @ 21:29:27

    mi dispiace doverti correggere, ma credo ti farà piacere imparare. “notte” in francese è femminile come in italiano, quindi devi scrivere Bonne nuit!!!
    apprezzo lo sforzo! A presto Michael

    Rispondi

    • alicemate
      Mag 19, 2011 @ 21:56:34

      ma sei proprio un tenero grazie, ma in realtà lo sforzo lo avevo impiegato tutto per trovare una laurea adatta a farti continuare a frequentare il mio blog…
      Bonne nuitte mon cher!!

      Rispondi

  4. nelda
    Giu 03, 2011 @ 21:39:27

    entro ora nel sito dopo tanto tempo. Eh sì , Maria, sono una pigrona, restia alle novità e ..alle relazioni, da un pò di tempo. Sto diventando un’asociale, o mi godo la solitudine che tutto sommato mi disturba poco? Me lo chiedo ultimamente, ma ancora non so darmi una risposta. Intanto accontentati di “leggermi” ogni tanto e sappi che gusto le tue fantasie. CIAO CIAOOOO

    Rispondi

    • alicemate
      Giu 03, 2011 @ 23:20:42

      Nelda, ti capisco, ci sono periodi e periodi… io ti aspetto sempre… quando trovi la voglia e il tempo, Alicemate è qui, aggiornata o arretrata come ora….
      Infatti, come hai potuto vedere anch’io sono un po’ ferma con le mie “fantasie” che tu sei capace di godere e di cui sai quanto apprezzi il tuo giudizio…cara prof!!!
      Io sono in uno stato di overdose di scuola, blog mamamate compreso!!! Ho bisogno di evasione e appena possibile verrò di nuovo a coltivare questa pazzerella di Alice.
      E tu, goditi il tuo tempo, la tua intimità, senza alcuna preoccupazione, ogni tanto dobbiamo assecondare le nostre esigenze accidenti e caspiterina!!! 😉

      Rispondi

  5. riccardo
    Ago 29, 2011 @ 12:33:44

    Dick è uno dei pochi scrittori di fs che possiedano una statura o uno spessore filosofico.
    Un altro grande scrittore di fs, anch’egli “filosofizzante” (il polacco Stanislaw Lem) lo accostava, sia pure con una certa elesticità a Dostoevskij.
    Ed in effetti, le sue opere sono un continuo interrogarsi sul senso della vita, del bene, del male, della giustizia, della conoscenza ecc. I robot, i simulacri e così via sono solo pretesti, o poco più per delle serie e tormentate riflessioni psicologiche e filosofico-morali.
    Eppure, egli non annoia mai… neanche chi si tiene alla larga (!) dalla filosofia; perchè Dick è anche un grande ed appassionante romanziere, secondo me.
    Non ho letto il libro ma visto il film di Scott, comunque un collega mi diceva che il film aveva un altro finale, forse più vicino allo spirito del film.
    A presto!
    P.s.: mi impongo uno stop perchè Dick mi esalta: scriverei di lui fino a domani!

    Rispondi

    • alicemate
      Ago 30, 2011 @ 17:16:11

      Wow, sei forte! Grazie per il contributo, Dick e Dostoevskij uniti dalla filosofia.
      Saremmo forse tutti più in sintonia fra noi se ci dedicassimo di più alla riflessione, al ragionamento intorno ai perché della vita, o no?
      Io non sono per nulla preparata a fare filosofia, ma sono una fan del suo utilizzo anche a scopo formativo fin dalla scuola primaria.
      Questo non l’ho certo scoperto io, c’è un grande che ne ha promosso questa dottrina: Matthew Lipman “La filosofia come educazione del pensiero
      Matthew Lipman (1922/ 2010 ) è riconosciuto come il fondatore della “Philosophy for Children”
      “I cittadini di una democrazia dovrebbero impegnarsi nel pensiero… Dovrebbero essere riflessivi, introspettivi, responsabili, ragionevoli, collaborativi, cooperativi… Alcune – o molte – di queste qualità potrebbero essere rinforzate mentre i futuri cittadini sono ancora a scuola… “
      Che ne dici di una pedagogia filosofica? Mi pare di aver capito che anche tu insegni.
      Ciao
      (ps ps: sto leggendo “Lune a scoppio”, non è facilissimo, un po’ di giusto impegno)

      Rispondi

  6. riccardo
    Set 01, 2011 @ 10:02:55

    Grazie a te!
    Sì, penso anch’io che la riflessione potrebbe risolvere tanti, tanti problemi… soprattutto in un mondo come l’attuale, dominato da un’istintività che non è spontaneità ma spesso tendenza alla sopraffazione, quando non alla vera e propria barbarie.
    Non ho letto il testo di Lipman ma so qualcosa di lui; è senz’altro un maestro.
    La filosofia (certo non quella tecnica o specialistica) potrebbe aiutare, soprattutto quando le giovani menti sono più fresche ed interessate… quindi non ancora rovinate da certa tv spazzatura!
    Una pedagogia filosofica li aiuterebbe a crescere considerando veri mali l’egoismo e perdonami il brutto neologismo, il “furbismo”, l’amore smodato per danaro e potere, il culto della forza ecc.
    Sì, insegno (storia e filosofia, in una scuola privata).
    Grazie per l’impegno in “Lune a scoppio”, che come dici bene non è facilissimo ma che comunque, vedrai, procedendo nella lettura troverai sempre più chiaro.
    A lettura terminata fammi sapere e senza nessuna remora, eh?
    Se ho capito bene tu insegni matematica, giusto?
    Ciao!

    Rispondi

  7. alicemate
    Set 02, 2011 @ 00:18:55

    Giusto, ma una elementare e vorrei un po’ “fantasiosa” matematica alla scuola primaria pubblica. Anche nel prossimo a.s. che sta per partire dovrei insegnare matematica nelle mie due classi in 5^, con scienze e motoria e… , poi si vedrà… Noi si può insegnare di tutto, non siamo specializzati in nulla, anche se con i moduli abbiamo cercato di approfondire meglio la disciplina di cui ci occupavamo.
    Ti piace la matematica? Ho notato che utilizzi numeri e segni nella scrittura del romanzo, perchè questa scelta?
    (1 po’; 3mendi; un’epoca + antica; era 1 fiore; valigia d’1 bizzarro color forfora; non 6 + una troia… )

    Rispondi

  8. riccardo
    Set 23, 2011 @ 16:13:24

    Sono un po’ confuso: ma non sei laureata in filosofia… quante lauree hai?

    Rispondi

  9. riccardo
    Set 23, 2011 @ 16:16:30

    No, con la matematica ho un blocco grande come l’Everest.
    Quando mi interrogavano in matematica, ero uno spettacolo di cabaret gratuito!
    Soprattutto in “Lune a scoppio” li uso nel senso che hai ben spiegato, ma solo da un punto di vista “effettistico” o al massimo, visivo.
    Per fare un po’ di spettacolo, insomma.
    Ciao!

    Rispondi

    • alicemate
      Set 23, 2011 @ 19:44:25

      Ok! A me invece, da insegnante incompetente, piace abbinare scienza e letteratura… mi pare che la poesia con i numeri, con il calcolo… diventi capace di smuovere il mondo!! Che dici filosofo? Siamo alla pura fantasia? Che pure mi piace un sacco!!!
      Mi capisci: qui sei in Alicemate, non all’Università. 😉

      Rispondi

  10. riccardo
    Set 24, 2011 @ 16:37:43

    Approvo alla grande!
    La scuola senza fantasia è come un caserma o ancora peggio, un carcere.
    Per questo continuerò a leggerti con attenzione e simpatia.
    Ciao!

    Rispondi

  11. alicemate
    Set 24, 2011 @ 21:42:42

    🙂 Grazie!

    Rispondi

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