Il seggiolone risorto

Anche se domani è Pasqua, non c’entra con il seggiolone e il suo ritorno alla vita. Ma partiamo con ordine, l’ordine da cui inizia la storia del mio incontro con il seggiolone.

Al pranzo di ferragosto 2017 in Premiana ci serve un seggiolone per la nostra piccola Viola, ne viene recuperato uno molto vecchio in legno utilizzato trent’anni prima, ma ereditato già da una precedente generazione, quindi un seggiolone di almeno 60/70 anni. È decisamente inutilizzabile, ma interessa a me perchè è particolare, di forme curate e ingegnose. Il mio interesse era già stato sospettato, quindi il seggiolone è mio… speriamo che i tarli mi abbiano lasciato ancora un po’ di materiale!

Dunque il “povero legno” è adottato e fa ormai parte del mio impegno perchè torni decoroso e degno del rispetto che merita.

Durante la pulitura del seggiolone scopro due cerniere sulle gambe che ne permettono la piegatura e la successiva trasformazione in un passeggino e primi passi. La sedia ha un buco con tappo al centro, questa poteva quindi diventare anche un comodo porta vasino per un agevole utilizzo. Queste soperte mi stuzzicano ancora di più nel cercare il modo per farlo “rivivere”

Si parte con il lavoro: tolte le carte adesive, si evidenzia un piano troppo rovinato, spezzato e molto tarlato. Si deciderà di farlo rifare dal falegname, come pure un bastoncino dello schienale e la base di una gamba. Tolgo le viti che bloccavano la trasformazione pensando di cercare una modalità più funzionale di blocco e sblocco. Le quattro ruote che avrebbero dovuto servire per il passeggio non ci sono più, chissà se ne troveremo di adatte.

Alcune foto, cliccate per ingrandirle e scorrere la galleria

Su internet ho trovato un seggiolone uguale al nostro, ma completo di rotelle: ecco la trasformazione

Il falegname fa le opportune modifiche e mette anche una protezione di ceralacca, come lui consiglia per i legni antichi.
Ecco il seggiolone rinnovato, appena sceso dall’auto, che ammira il panorama!

di ritorno dal falegname

A Natale il rinnovato seggiolone ha avuto il compito di sostere e valorizzare il nostro vecchio ed esile alberello:

Nella casa di vacanza veniva usato come appoggio a libri, fogli… ma ora ha trovato il suo posto un nuovo amichetto:

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Scritto, documentato e pubblicato da

Maria Valenti/Alicemate  ^_^

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Prossimamente un post sul seggiolone di famiglia?

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La mia prima vacanza!

A luglio 1975 termino gli studi con la Maturità Magistrale e inizio a lavorare seriamente, un lavoro più continuo che mi darà la possibilità di avere i primi risparmi e di fare anche le vacanze!

Nell’estate del 1975 dunque termino gli esami, a fine luglio (si finiva così tardi a quei tempi) e vado a lavorare al “Caminetto” di Colico fino a settembre, torno sperando di occuparmi in un doposcuola e potermi iscrivere al quinto anno, che era nel tardo pomeriggio. Sfuma il doposcuola, vane altre ricerche utili, vado a fare la stagione invernale all’Aprica, addio agli studi! Dopo la stagione invernale ci sarà la stagione estiva a Bellagio (da marzo a settembre 1976).

Per l’anno scolastico 1976/77 mi infilo in varie graduatorie, nella scuola elementare posso fare solo supplenze, ma vengo chiamata alla scuola materna, presso la sezione interna del Sanatorio di Sondalo, con un incarico a tempo indeterminato.

A novembre 1976 sono a Sondalo, condivido un appartamento a Bolladore con una collega di Lecce.
Ora avrò uno stipendio fisso per tutta la vita! Ma che resta di quel piccolo stipendio che guadagno, tolte tutte le spese di vitto e alloggio… uh mam! lavorare negli alberghi guadagnavo quasi il doppio e senza spese!
Ok, ho studiato e vediamo di utilizzare questa fatica per un miglior futuro, quindi insisto a “lavorare per vivere”!

Ed eccomi alla prima estate con ferie e sono pure impegnata in una relazione fissa: ho 20 anni e vado in vacanza!
Certo non sono sposata, ma il nonno Attilio ci concede l’uso del suo Seicento e quindi si parte!
Saremo in compagnia di una coppia di amici per la prima parte del viaggio.
L’itinerario fissato è: Dolomiti, Venezia, una toccata al mare e ritorno con sosta al lago di Garda.

I pernottamenti nella tenda di mia sorella, qualche acquisto per cucinare e via!

La prima notte si va in un alberghetto molto tirolese, eh sì, niente campeggio e “NO campeggio libero”. Al risveglio ci sorridono i monti e partiamo per Venezia. Subito al camping: caldo e voglia di vivere come per le api! Ma a Venezia c’è anche la poesia, l’arte, e la bellezza!

Una giornata in spiaggia con un bagno in mare è imperdibile per dei valtellinesi… ma solo pioggia e umidità in pineta: l’auto non parte più e la tenda non è il miglior riparo!

Povero e caro seicentone!

Vabbè, usciti faticosamente dalla pineta ci mettiamo in direzione “casa”. Soste al lago: Peschiera del Garda e Sirmione. Qualche foto da turisti un po’ seduti ma felici!

La prima vacanza è svelata, ne seguirono molte altre, diverse le ho pubblicate qui nel blog come Alicemate.

Prima del blog c’erano gli album delle foto, poi si sono aggiunti i diari di bordo, e la compagnia dei nostri figlioli, e la ricerca di luoghi, vite e pagine di libri… e poi?

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Scritto, documentato e pubblicato da

Maria Valenti/Alicemate  ^_^

 

Una casa nei Cech (9) -la camera-

Prima di andare in soffitta (dirottati dalla lettura di Dostoevskij QUI), avrei dovuto fermarmi in camera. La camera degli sposi, dei proprietari, della coppia, dei genitori… è stata la prima e, per un po’ di anni, l’unica camera da letto completamente ristrutturata.

La sua rimessa a nuovo ha dovuto cedere spazio, ma ha guadagnato intimità. Chi infatti saliva nelle camere, in cima alla scala entrava direttamente nella prima stanza, che era quella di cui stiamo parlando, poi passava nella seconda e da qui nella terza, comunicavano direttamente una con l’altra, nessun spreco di spazi, ma chi stava nella stanza di mezzo,  era costretto a passare nella vicina per scendere o andare in bagno e c’era qualcun altro che passava nella sua. Certo che la privacy era ancora un lusso non per tutti! Spesso si stava anche nello stesso letto non solo nella stanza di genitori o fratelli, e a volte questa eccessiva promisquità poteva generare dei problemi non solo alle ragazze (come documenta don Milani nel suo Esperienze pastorali).

Le tre camere comunicanti, due sistemate per un primo utilizzo

Dunque lo spazio, come dicevo, si è ristretto perchè abbiamo creato, all’interno della prima stanza, uno svincolo di accesso alle altre due stanze e la scala a chiocciola per salire in soffitta.

Due foto fatte durante i lavori per la costruzione della scala a chiocciola e dello svincolo, oltre al rifacimento delle solette, prima sostenute da travi in legno. Abbiamo poi ricollocato alcune travi come “aggancio storico”

La vecchia finestra con gli scuri l’abbiamo un po’ ricopiata, il colore verde era dei serramenti di altre finestre di questa casa.

Questa nuova stanza l’abbiamo poi arredata con i vecchi mobili “della zia”, risanati e restaurati.

“Passano alcune estati di sonni più freschi, ma anche di qualche risveglio di buon’ora, bisticciando con qualche raggio che s’infilava fra gli scuri, qualche lettura sul davanzale in accordo col sole… poi le nostre vacanze si fanno sempre più brevi, fino al nuovo intervento di ristrutturazione, che cambierà l’uso e la destinazione di alcuni locali.

Anche i figli sono cresciuti, e si è formata una nuova famiglia. “

Questa stanza ospiterà ora i giovani sposi con la loro bimba.
Il lettino prende il suo angolino e parte dei mobili troverà altra collocazione… (estate 2018)

E la casa torna a vivere e sorridere, riaprendo porte e finestre, di vecchia e nuova generazione, al luminoso sole dei Cech!

Ma siamo in camera… shhh

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Scritto, documentato e pubblicato da

Maria Valenti/Alicemate  ^_^

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alla prossima!

Un biglietto creativo e personalissimo

“MAESTRI DI NOME E O DI FATTO”

Fra i miei regali preferiti di compleanno ci sono i biglietti di auguri, personalissimi! Poi il silenzio, il riposo, le attenzioni, le dolcezze, e tutte le sorprese poco impegnative 😉

Ecco il biglietto personalissimo che ho ricevuto oggi: tridimensionale, analogico, matematico, laboratoriale, manuale e informato, storico, pedagogico, filosofico…

che dire “ingegneristico?!

Dunque proviamo ad aprirlo?

Partendo dal centro si aprono gli anelli concentrici, di diverso colore e dimensione, ma stessa forma e superficie, e in ognuno si legge una data che mostra il periodo di vita di importanti personaggi, di chi?

 

Comincio dal primo biglietto in centro e li leggo uno ad uno mascherando una buona dose di commozione:

(cliccate sull'immagine per ingrandire e leggere)

Ecco i rettangoli/biglietti a formare una piramide “collegata” anche dallo stelo disegnato:

E sul pc un file con le foto del laboratorio fatto, come sa apprezzare una vecchia maestra che ama documentare e condividere:

biglietto 20.02.19

Un caro abbraccio alla creatrice e ai collaboratori

dalla mamma/maestra Maria – Alicemate

Racconto del mercante (di Dostoevskij)

Dal romanzo L’adolescente” di Fëdor Dostoevskij (da pag. 384)

   (non adatto ai minori o a persone particolarmente sensibili)

. Si avvicinava infine spesso alla porta in quelle serate, venendo fuori dalla sua cucina, la cuoca Luker’ja, rimaneva ritta dietro la porta ad ascoltare Makàr Ivànoviè che raccontava. Versilov una volta la chiamò e la invitò a sedersi con noi. Questo mi piacque; ma da quella volta ella smise di avvicinarsi alla porta. Ognuno la pensa a modo suo!

Riporto qui uno di questi racconti a caso, unicamente perché è quello che ricordo meglio. È la storia di un mercante...

Il racconto del mercante (sintesi)

«Da noi, nella città di Afìm’evo, sentite che miracolo è avvenuto. C’era un mercante, si chiamava Skotobòjnikov, Maksìm Ivànoviè, ed era l’uomo più ricco di tutto il circondario. Aveva costruito una fabbrica di tessuti di cotone che dava da vivere ad alcune centinaia di operai e si era enormemente insuperbito. E bisogna dire che ormai egli faceva il bello e il cattivo tempo, le autorità stesse non lo ostacolavano in nulla e l’archimandrita gli era riconoscente per il suo zelo: donava grandi somme al monastero e, quando gli veniva l’estro, sospirava molto per la propria anima e si preoccupava parecchio per la vita futura. Era vedovo e senza figli… Aveva anche un debole per il bere e, quando si ubriacava…«”Lo so io”, diceva, ” La gente di qui è dissoluta; senza di me qui morirebbero tutti di fame, tutti quanti sono. Bisogna inoltre dire che la gente di qui è ladra: qualunque cosa vede, arraffa, non ha alcuna onestà.«Così parlava Maksìm Ivànoviè della gente di Afìm’evo; sebbene egli parlasse male, tuttavia c’era una parte di verità: erano sfaticati e indolenti.

«Viveva in quella stessa città anche un altro mercante, il quale morì; era un uomo giovane e scriteriato, fece fallimento e perse tutto il capitale. Egli maledisse Maksìm Ivànoviè fin sul letto di morte. Lasciò una vedova ancora giovane e cinque figli, che non aveva di che nutrire: l’ultima piccola proprietà, una casa di legno, se la voleva prendere Maksìm Ivànoviè in conto del suo credito. Allora lei mise i i figli tutti in fila, l’uno accanto all’altro, sul sagrato della chiesa; il ragazzo più grande aveva appena otto anni e le altre erano tutte bambine, una più piccola dell’altra, tra le quali correva un anno di differenza; la maggiore aveva quattro anni e la più piccola la portava ancora in braccio e la allattava. Finita la messa Maksìm Ivànoviè uscì e tutti i bambinelli si misero in ginocchio in fila davanti a lui, come lei aveva loro insegnato, e congiunsero tutti quanti le manine, mentre lei col quinto bambino in braccio, davanti a tutti, gli si inchinò fino a terra: “Bàtjuška, Maksìm Ivànoviè, abbi pietà di questi orfani, non portar loro via l’ultimo boccone, non cacciarli dal nido natio!”. E tutti quelli che erano lì si misero a piangere, tanto bene ella li aveva ammaestrati. Pensava: “Davanti alla gente egli si vergognerà e ci risparmierà, renderà la casa agli orfani”; le cose, tuttavia, non andarono così. Maksìm Ivànoviè si fermò e le disse: “Tu, giovane vedova, vuoi un marito e non piangi per gli orfanelli. Il defunto mi ha maledetto sul letto di morte”, e andò oltre e la casa non gliela rese. “Perché imitare le loro sciocchezze (ossia, esser con loro indulgente)? Se facessi loro del bene si metterebbero a biasimarti ancora di più…

«Si mise a gemere la madre, ma lui cacciò gli orfani dalla casa… Dapprima l’aiutarono, poi andò a cercar lavoro. Soltanto che da noi, a parte la fabbrica, quale lavoro volete mai che ci sia; da una parte lavava i pavimenti, da un’altra sarchiava l’orto, dall’altra riscaldava il bagno e sempre col bambino in braccio e piangendo, mentre gli altri quattro in camiciola correvano per la strada lì accanto. La vedova pensa: “Dove vi riparerò quando verrà l’inverno… Solo che non attese fino all’inverno. Dalle nostre parti c’è una tosse, la tosse asinina, che passa da un bambino all’altro. Dapprima morì la bambina in fasce, dopo di lei si ammalarono anche gli altri e in quello stesso autunno si portò via una dopo l’altra tutte e quattro le bambine.

«Le rimase in vita soltanto il ragazzo, il maggiore, Era gracile e delicato. Lo portò alla fabbrica, mentre lei si impiegò come balia in casa di un impiegato.Solo che una volta il ragazzo stava correndo nel cortile, quando a un tratto arrivò su una pariglia Maksìm Ivànoviè come a farlo apposta ubriaco; e il ragazzo, sbadatamente, scivolò correndo giù per le scale e andò a sbattere proprio contro di lui mentre scendeva dal calesse. Egli lo afferrò per i capelli e si mise a urlare: “Di chi è figlio? Le verghe! Frustatelo, dice, immediatamente, davanti a me. Frustatelo finché non smetterà di gridare!”. Non smise di gridare finché non rimase tramortito del tutto. Allora smisero di frustarlo e si spaventarono: il ragazzo non respirava e giaceva privo di sensi. Si spaventò anche Maksìm Ivànoviè: “Di chi è figlio?”, domandò; glielo dissero. “Guarda un po’! Riportatelo alla madre; cosa ci faceva qui in giro per la fabbrica?” Col ragazzo le cose si erano messe male: si era ammalato, giaceva in un angolo nella camera della madre; lei a causa di ciò aveva dovuto lasciare il suo lavoro in casa dell’impiegato ed era risultato che aveva una polmonite. Lui si aspettava che la madre presentasse denuncia e, per orgoglio, taceva; solo che la madre non osò sporgere denuncia. Egli allora le mandò quindici rubli e un medico; e non perché avesse paura di qualcosa, ma così, perché aveva riflettuto.

«Passò l’inverno e Maksìm Ivànoviè di nuovo domanda: “Che ne è di quel ragazzo?” “È guarito, sta con la madre; lei va sempre a lavorare a giornata”. Quel giorno stesso Maksìm Ivànoviè si recò dalla vedova: “Ecco”, le dice, “onesta vedova, voglio essere un vero benefattore per tuo figlio e colmarlo di favori: da ora in poi lo prendo in casa mia. E se egli mi compiacerà un po’, gli lascerò per testamento un capitale sufficiente; se invece mi compiacerà in tutto lo posso nominare erede di tutto il mio patrimonio alla mia morte, come se fosse mio figlio carnale, a patto però che vostra grazia non favorisca in casa mia, tranne che nelle grandi feste. «Maksìm Ivànoviè lo rivestì come un signorino, assoldò un maestro e da quel momento stesso lo mise davanti a un libro; e la cosa arrivò al punto che non lo perdeva mai di vista e lo teneva sempre accanto a sé. Se appena il ragazzo si distraeva egli subito gli gridava: “Prendi il libro! Studia: voglio fare di te un uomo”. Ma il ragazzo era malaticcio, da quella volta che era stato battuto aveva cominciato a tossire. “Non sta forse bene con me?”, si meravigliava Maksìm Ivànoviè, “quando stava da sua madre andava in giro scalzo, mangiava croste di pane, come mai è più magro di prima?”. Ma il maestro gli dice: “Ogni ragazzo ha bisogno di giocare un po’, non di studiare sempre; deve fare del movimento”, e gli dimostrò tutto assennatamente. Maksìm Ivànoviè si sedette e gridò al ragazzo. “Gioca”, mentre quello davanti a lui a stento respirava. E si arrivò al punto che il bambino non riusciva a sostenere nemmeno la sua voce che subito si metteva a tremare. E Maksìm Ivànoviè si stupiva sempre di più: “Ma che razza di bambino è mai; io l’ho tirato fuori dal fango e l’ho vestito di drap de dame; va in giro in stivaletti di panno e camicia ricamata, lo tengo come il figlio di un generale, perché mai non mi porta affetto? Perché se ne sta zitto come un lupacchiotto?” Maksìm Ivànoviè si era affezionato a quel bambinetto tanto che non riusciva più a staccarsene. Egli non usò mai neppure una volta la verga. Lo aveva spaventato, ecco come stanno le cose. Senza bisogno della verga lo aveva spaventato.

«Un giorno accadde un guaio. Una volta, appena Maksìm Ivànoviè uscì, il ragazzo abbandonò subito il libro e montò sopra una sedia (in precedenza aveva gettato una palla sopra un mobile) per riprenderla, ma la manica gli si impigliò nella lampada di porcellana che era posata sul mobile e questa cadde sul pavimento andando in mille pezzi, tanto che il rumore rimbombò per tutta la casa, si trattava di una cosa preziosa, una porcellana di Sassonia. Maksìm Ivànoviè, che era due camere più lontano udì e si mise a urlare. Il bambino si precipitò fuori a capofitto correndo perla paura, senza nemmeno lui sapere dove, uscì fuori sulla terrazza, attraversò il giardino e attraverso il cancelletto posteriore finì diritto sul lungofiume.

“Ah! – Maksìm Ivànoviè – Ecco dove sei! Prendetelo!” (Era così infuriato che era uscito lui stesso fuori di casa senza berretto per inseguirlo). Il ragazzo lanciò un grido, si lanciò verso l’acqua, si strinse entrambe le mani chiuse a pugno contro il petto, alzò gli occhi al cielo e giù nel fiume! La gente si mise a urlare, si lanciarono giù dalla zattera cercando di afferrarlo, ma la corrente era veloce e l’acqua lo trascinò via. Quando lo tirarono fuori era già affogato, era morto. «”Perché, sei rimasto così atterrito da questo bambino, della cui morte non hai neppure particolarmente colpa?”. «”Mi appare in sogno”, rispose Maksìm Ivànoviè. Maksìm Ivànoviè mandò anche a chiamare il maestro.«”Dipingimi un quadro, il più grande che ci sia, che occupi tutta la parete, e su di esso per prima cosa dipingi il fiume, la discesa e la zattera, e che ci siano tutte le persone che c’erano quel giorno. Che ci siano la moglie del colonnello e la bambina e quel famoso riccetto. E dipingimi anche l’altra riva tutta quanta, che si veda com’è: la chiesa, la piazza, le botteghe, e il punto dove son fermi i vetturini, dipingi tutto com’è. E lì, all’approdo del traghetto, dipingi il ragazzo, proprio sulla riva del fiume, in quel punto preciso, e che immancabilmente si stringa i due piccoli pugni così al petto.Non apriremo il cielo e non occorre dipingere gli angeli, ma farò scendere dal cielo un raggio, come in segno di benvenuto; un unico raggio di luce: sarà pressappoco la stessa cosa”. Maksìm Ivànoviè fu soddisfatto del lavoro ben fatto , ma non fece vedere il quadro a nessuno, bensì lo chiuse a chiave nel suo studio, lontano dagli occhi di tutti.Improvvisamente Maksìm Ivànoviè andò da quella stessa vedova e si inchinò davanti a lei fino a terra. “Madre, gemette, onesta vedova, sposa questo mostro, fa’ che io viva!”. Quella lo guardava più morta che viva. “Voglio che ci nasca un altro ragazzo e se ci nascerà vorrà dire che il ragazzo ci avrà perdonato entrambi, te e me. Mi ha ordinato così il ragazzo”l’archimandrita le sussurrò all’orecchio: “Tu puoi far nascere in lui un uomo nuovo”. Lei era atterrita. La gente si meravigliava di lei: “Come si fa a rifiutare una simile fortuna!”. Ecco come, alla fine, lui riuscì a piegarla. “Se invece mi sposerai ti faccio una solenne promessa: costruirò una nuova chiesa solo in eterna memoria dell’anima di tuo figlio suicida”. Di fronte a ciò ella non resistette e acconsentì. Così si sposarono.

E con grandissima meraviglia di tutti essi, fin dal primo giorno, presero a vivere in grande e sincera concordia. Ella concepì quello stesso inverno. Egli fece erigere la chiesa che aveva promesso e fece costruire in città un ospedale e un ospizio. Donò una grossa somma alle vedove e agli orfani e si ricordò di tutti coloro che aveva trattato ingiustamente con il proposito di risarcirli. I suoi discorsi si fecero pacati e persino la sua stessa voce mutò. Divenne ineguagliabilmente pietoso, persino verso gli animali.E quando maturò il tempo di lei, il Signore, infine, ascoltò le loro preghiere e mandò loro un figlio e Maksìm Ivànoviè distribuì molte elemosine, condonò molti debiti, invitò tutti al battesimo.

Invitò tutta la città, ma l’indomani egli si risvegliò scuro come la notte.”Aspetta – dice alla moglie – non era mai venuto per un anno intero e questa notte, invece, l’ho sognato di nuovo”. – “A queste parole terribili”, ricordava lei in seguito, “il mio cuore fu pervaso di terrore”.

«E non per niente il ragazzo gli era apparso in sogno. Appena Maksìm Ivànoviè parlò di questo, quasi, si può dire, in quello stesso istante, al neonato accadde qualcosa: improvvisamente si ammalò. La sua malattia durò otto giorni, pregarono, chiamarono i dottori, ma il bambino verso sera morì.

«Che accadde dopo questo? Maksìm Ivànoviè intestò tutta la proprietà alla cara sposa, le consegnò tutti i capitali e i documenti, fece ogni cosa per bene e come prescrive la legge, e poi si presentò davanti a lei e le si inchinò fino a terra: “Lasciami andare, inestimabile consorte mia, a salvare la mia anima, finché è possibile. Se trascorrerò il mio tempo senza profitto per la mia anima, non tornerò più indietro. Sono stato duro e crudele e ho imposto molti pesi, ma penso che per i dolori e i pellegrinaggi che mi aspettano il Signore non mi lascerà senza remunerazione. Si dice che ancor oggi compia i suoi pellegrinaggi e faccia penitenza, e che visiti la cara sposa ogni anno…».

Testo tratto dal romanzo L’adolescente” di Fëdor Dostoevskij e sintetizzato da Maria Valenti

Disegni di Maria Valenti

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Riflessioni personali:

Ciascuno di noi ha diritto al rispetto verso i sentimenti e i valori che possiede, ma ci vuole empatia e onestà per vederli.

Io ho colto questo, sia dall’episodio di Luker’ja che dalle vicissitudini dei personaggi del racconto.

E c’è molto altro.

Si può uccidere sia con l’indifferenza che con un amore possessivo ed esclusivo.

La beneficenza non è altruismo.

La paura può uccidere come una malattia.

Il denaro e la sapienza sono potenti, ma i buoni sentimenti sono rivoluzionari.

Quanta saggezza si può trovare in questo racconto popolare scritto da Dostoevskij nel suo romanzo “L’adolescente”

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Articolo di

Maria Valenti/Alicemate  ^_^

 

Per leggere tutto il racconto:
il racconto del mercante integrale

Una casa nei Cech (8) -la soffitta-

Nel romanzo di Dostoevskij “L’adolescente” troviamo la descrizione di una soffitta, dove il protagonista Arkadij, ormai diciannovenne, vive a Pietroburgo, in casa della mamma Sof’ja. (cliccate sulle foto sotto per leggere della soffitta)

Avete provato ad immaginarvi la soffitta descritta nel libro?

E cosa c’entra con la casa nei Cech lo avete capito?

Anche in questa nostra casa nei Cech abbiamo una soffitta, che in origine era un sottotetto adibito a fienile, in disuso per molti anni, ed ecco le prime misure per i lavori di intervento che trasformeranno questo piccolo spazio… in una “soffitta”da usare come stanza per un giovane”Arkadij”, che ospiterà anche la sorella “Liza”!

Dopo la vecchia scala ristrutturata (vedi qui), una nuova scaletta a chiocciola ci accompagna agevolmente alla soffitta. Ci accoglie un leggero armadietto foderato di “parole e immagini” di Virginia Woolf e sua sorella Vanessa.

Il locale è piccino, ma possiamo uscire sul terrazzino coperto; non c’è alcun tavolo di legno rozzo, ma due sedie sì, non di vimini bucato, ma di vecchio legno ritinteggiato di rosso o blu, anche se è opportuno preferire le brande, coperte da coloratissima lana lavorata dalle mani della nonna. E non abbiamo nessuna Lucher’ja che ci prepara il letto per la notte stendendo un lenzuolo sul divano coperto d’incerato e mettendo un cuscino: tutto è già predisposto! Ci attirerà sicuramente la vista della luminosa finestra, stiamo un po’ piegati come il padre Versilov nel racconto, per non battere la testa sulle travi, e non è solo un timore, ma la vista merita l’esercizio!
Che altro aggiungere, noi non abbiamo chiesto nessun compenso per l’uso di questo rifugio, ma non ci sembra neppure di poterlo definire una “cassa da morto” e di non dover quindi neppure pagare chi ci soggiorna e si riposa.
(Nelle foto la nostra soffitta, per ora!)

Vi siete trovati a vostro agio? Vi sono piaciute le due soffitte? Certo a San Pietroburgo si vive in città, una bella e ricca città, ma non bella e ricca per tutti!

Io conosco solo la soffitta nella casa del piccolo paese dei Cech, senza la nobiltà nè la schiavitù dei tempi di Dostoevskij!

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Scritto, documentato e pubblicato da

Maria Valenti/Alicemate  ^_^

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per continuare a leggere

Una casa nei Cech (9) -la camera-

Gennaio -L’omino di paglia-

Il racconto L’omino di paglia di Attilio Cassinelli, pubblicato da Giunti Editore, nella collana dodici mesi, l’ho trovato in biblioteca in una edizione del 1993. L’ho cercato nelle varie librerie ma risulta anche questo esaurito.

Anche in questo tenero racconto ci sono molteplici spunti da cogliere e approfondire, secondo l’età e l’attività che ci siamo prefissi di sviluppare, o seguendo le curiosità che possono nascere spontaneamente dai bambini stessi.

Si parte citando la migrazione degli uccelli in AFRICA, quindi avendo un mappamondo si potrebbe toccare la Terra che ha questo nome, facendo magari osservare che il sole in inverno le sta più vicino rispetto alla nostra Italia/Europa… per questo gli uccelli ci lasciano, alla ricerca del cibo che da noi non troverebbero più, ecc…

Si parla delle stagioni, e sempre girando il mappamondo attorno ad una lampadina, si potrebbe far intuire il succedersi delle quattro stagioni a causa dell’ inclinazione del nostro globo terrestre (vedi fig.1)

Si parla di alberi, del gelso spoglio… se vogliamo fare un po’ di scienze, potremmo utilizzare del materiale per giochi “scientifici”: foglie reali da toccare, annusare; la foglia montessoriana con le sua parti da comporre e denominare… (vedi fig. 2) ecc

Per italiano certo c’è l’ascolto, la lettura personale, quella espressiva a voce alta… e i valori comunicati sono “poetici”!

I disegni sono molto belli e chiari, possono stimolare la copiatura e la lettura per immagini, per i bambini che non hanno ancora appreso la tecnica della lettura.

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Per chi volesse leggerlo o farlo leggere ai suoi bambini (adatto indicativamente dai 3 ai 7 anni) metto il pdf che ho costruito, perchè questo libro non è più in commercio.

l’omino di paglia

Scritto, fotografato e pubblicato da

Maria Valenti/Alicemate

Lavoro dedicato in particolare alla mia piccola Viola che ama ascoltare e guardare le storie.

 

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